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SYNDRONE, Alter Ego dell’artista indipendente Marco Puglisi (chitarrista, compositore e produttore di Basel, Svizzera), è una one-man-band incentrata sulla chitarra.
La sua musica si basa su uno stile estremamente moderno, intenso e melodico, che gli consente di distinguersi dalla massa rendendo il suo chitarrismo memorabile.
Il suo primo album strumentale “CHAOS MECHANICS” è stato pubblicato nel 2018, mentre il successivo “NEOGENESIS” seguirà il 22.02.22.

Ciao Syndrone! Grazie di essere qui con noi! Parliamo del tuo primo full-lenght “CHAOS MECHANICS”. L’intero album ha un carattere così forte che è impossibile non percepire una chiara visione della musica alle sue spalle. Quali sono stati i temi principali e gli elementi chiave su cui ti sei concentrato durante la scrittura dei dieci bellissimi brani che possiamo ascoltare?

S: Ciao Federico! Grazie per avermi contattato, sono davvero felice ed onorato di essere qui! L’idea di fondo dietro “CHAOS MECHANICS” era quella di creare un album metal strumentale con numerose sezioni di chitarra solista e dal sound post apocalittico.
Questo tipo di sound può assumere numerosi significati ed essere espresso attraverso diverse interpretazioni musicali, ma personalmente io lo associo a riff caotici di chitarra a 7 corde e dall’accordatura ribassata, progressioni di accordi intense e con l’uso di sintetizzatori. Adoro i film Sci-Fi, i videogames e storie affini, per cui tutto questo materiale mi ha influenzato molto durante la scrittura dell’album.
Tuttavia tenevo molto ad inserire sezioni melodiche che contrastassero con le parti più pesanti, perciò mi sono assicurato che fossero presenti entrambe. Ho approcciato la scrittura della musica come se fossero canzoni normali, con una strofa, bridge, un ritornello etc. poiché non volevo che suonasse come una generica sequela di riff messi uno di seguito all’altro ma come canzoni con sezioni memorabili.
In poche parole, gli elementi principali per me sono stati chitarre dall’accordatura ribassata, riff ricchi di groove e sezioni di shredding melodico che riflettessero il mio percorso di chitarrista. Alcuni riff e linee soliste hanno un sapore più tradizionale, per cui ho cercato di inserirne altri più conformi al metal moderno.
Alla fine della fiera potrei dire che “CHAOS MECHANICS” è stato un modo per trovare la mia “voce” sulla chitarra, ed un tentativo di rappresentare come “SYNDRONE” vorrei che suonasse.

Hai già pubblicato la title track del nuovo album “NEOGENESIS” e, per quanto in linea con la tua visione della musica, presenta numerose divergenze rispetto a quanto ascoltato finora, portando con sé un sound più oscuro e drammatico. In che modo la tua musica è evoluta rispetto al precedente album, e cosa dovremmo aspettarci dal nuovo?

S: “NEOGENESIS” (il brano) è un po’ diverso dal resto dell’album. Ha un sound particolarmente post apocalittico e non segue una struttura precisa. È l’approdo che ho raggiunto attraverso “CHAOS MECHANICS”, e pur essendo particolarmente pesante ha diverse sezioni molto melodiche. Detto ciò, “NEOGENESIS” (l’album) si congiunge esattamente con il punto di conclusione di “CHAOS MECHANICS”: ho cercato di prendere quanto mi piace di questo lavoro (il concept, le idee chiave) e portarlo al livello successivo.
“NEOGENESIS” ha un suond più rifinito, diversificato, ed include nuovi elementi: ci sono ad esempio due tracce più brevi nell’album che non sono esattamente quanto ti aspetteresti di ascoltare da SYNDRONE. Ci sarà molto più lavoro di sintetizzatori isolati, specialmente nelle intro dei brani, per creare le giuste atmosfere, ma al di là di ciò lascerò che siano gli ascoltatori a decidere cosa percepisco di diverso rispetto al primo album.

 


Nel video sopra menzionato stai suonando una magnifica chitarra Waghorn a 7 corde dall’incredibile numero di 31 tasti. Come hai implementato quelle note così acute nel tuo modo di suonare?

S: Suonando una superstrato con 24 tasti abbiamo l’intera gamma di note di due ottave.
Il grande vantaggio sta nel poter trasporre qualsiasi idea che suoniamo nel registro più grave su un’ottava più alta; anche ciò che suoniamo sul 10° o 12° tasto potrebbe essere spostato fino al 22° o 24° tasto, il che è fantastico, soprattutto per le idee basate sugli arpeggi. Faccio ampio ricorso ad idee in tapping che saltano in varie ottave, per cui con 31 tasti posso portare questo concetto ad un ulteriore passo avanti: di fatto si ottiene una quinta in più sopra i soliti 24 tasti di ogni corda. Ad esempio, suonando un arpeggio in mi minore avremo una terza e una quinta minore aggiuntive sopra il 24° tasto, il che ci consente di estendere ulteriormente gli arpeggi sulla stessa corda senza dover saltare troppo su quelle adiacenti. Mi piace guardare la tastiera in modo orizzontale, quindi per me avere una gamma di note più ampia orizzontalmente ha molto senso.
Inoltre è possibile armonizzare le linee di chitarra solista aggiungendo una terza, una quarta o anche una quinta più acute, anche se in precedenza abbiamo già utilizzato il 24° tasto sulla traccia principale della chitarra. Tuttavia, il più grande vantaggio di avere 31 tasti, è che viene abbinato allo strumento un’enorme spalla mancante (almeno sulla mia Waghorn), quindi suonando sul 22° tasto sembra davvero di suonare sul 15°. Di solito gravitare intorno al 22° tasto su una chitarra normale è qualcosa che tendiamo ad evitare, semplicemente perché è scomodissimo: non più sulla mia Waghorn!

 


Suonando io stesso un chitarra a 30 tasti so bene quanto possa essere ostico suonare quelle note acute su una normale chitarra in scala 25,5”. La scala da 26,5″ che hai scelto per la tua serve a rendere quei tasti più accessibili, oltre a rendere la corda di SI basso più definita e chiara?

S: Su questa Waghorn ho deciso di utilizzare una scala da 26″ per ottenere il meglio di entrambi i mondi. Onestamente penso che 25,5″ non siano sufficienti per una chitarra a 7 corde (anche per l’accordatura in Sì standard). Mezzo pollice in più fa miracoli per la corda più bassa! Inizialmente volevo andare con un 26,5″ (come sulla mia Ibanez RGD), perfetta sulle parti di chitarra ritmica ma che non mi ha mai convinto così tanto per suonare la chitarra solista. Ho pensato che 26″ fosse un buon compromesso, e fortunatamente così è stato! Suonare la chitarra solista sembra quasi 25,5″ e la settima corda è molto definita. Le persone probabilmente pensano che potrebbe non fare una grande differenza, ma la differenza è in realtà considerevole! 🙂 Per quanto riguarda i tasti acuti e la difficoltà di suonarli: abbiamo usato dei tasti più sottili oltre il 24° tasto, in modo che lo spazio tra essi sia un po’ più ampio.

Iniziamo ora qualche discorso da veri nerd della chitarra. Quando si tratta di shredding la maggior parte dei chitarristi si affida al pickup al manico per ottenere il suono morbido e fluido che tutti cerchiamo. Tu sei uno dei pochi chitarristi che suona la stragrande maggioranza dei suoi assoli sul pickup al ponte, ottenendo ugualmente un suono molto fluido ed adatto allo shredding. In che modo riesci ad ottenere questo risultato? Solitamente è molto semplice ritrovarsi un suono che è definito sui bassi e stridulo sul registro più acuto, o al contrario fluido sui cantini ed impastato sui bassi.

S: Questa è una domanda molto interessante! Onestamente, suono il 100% delle mie parti di chitarra solista sul pickup al ponte durante le registrazioni. Non mi sono mai piaciuti così tanto i pickup al manico perché tendono ad impastare molto rapidamente (preferisco comunque i single coil per il tipo di tono caldo e “frizzante”).
Per me, il segreto è usare una buona combinazione amplificatore + cassa che consenta di avere un suono morbido, pur avendo un po’ di “mordente”. Il resto sta semplicemente nel trattare le frequenze tra 1,5 kHz – 5 kHz in modo che la chitarra suoni ancora aggressiva ed in primo piano, ma senza renderla eccessivamente dura. Penso che il sound della chitarra solista non debba necessariamente essere super asciutto, anche un suono meno definito sui bassi va bene. Invece di renderlo definitissimo usando un pedale in stile TS, proverei a lasciare il suono al naturale ed utilizzare semplicemente un filtro passa alto. Questo tipo di pedali hanno la tendenza a spingere i medi alti, il che funziona bene con le chitarre ritmiche, ma possono portare a frequenze acute indesiderate nell’area dei 1,5 kHz, causando conseguentemente anche un brutto fruscio su parti di pennata/sweeping alternate veloci. Aumentando queste frequenze nell’input dell’amplificatore sarà molto difficile gestirle in seguito senza rovinare del tutto il suono della chitarra. Preferisco portare i bassi a 0 sull’amplificatore e filtrare un po’ più di rumore di fondo con un filtro passa alto, ma ovviamente questa è la mia opinione.
Chiaramente, il mix che circonda il sound dello strumento avrà un enorme impatto su come suonerà la chitarra, il che è un altro elemento da considerare, ma questa è un’altra storia …

 


Il tuo fraseggio ha un suono molto fluido, se non vado errato direi che per ottenerlo ricorri ad una combinazione di plettrata alternata, sweep picking, legato e tapping. In che modo li combini per costruire il tuo modo personale di suonare lo strumento?

S: Hai decisamente ragione! Cerco il più possibile di essere un chitarrista a tutto tondo, per cui avere un arsenale di tecniche diverse è sicuramente una buona cosa quando si cerca di ottenere una voce unica. Onestamente però non penso mai alla tecnica quando scrivo o semplicemente quando suono. Per me la tecnica è solo un mezzo attraverso cui ricavare fuori le note che desidero. Capita a volte: mi vengono in mente dei lick e trovo rapidamente dieci modi diversi per suonarli (qualcosa che è un problema quando devo reimparare le mie stesse cose… ahah!). Quindi ogni volta che mi viene in mente qualcosa cerco di decidere quale tecnica mi sembra più naturale e più comoda e anche quale tecnica mi dà il suono più pulito, rotondo e articolato per questa particolare frase. A volte può essere la plettrata alternata, a volte il legato, altre volte ancora un mix tra i due. Penso che possa anche dipendere dal giorno e da quanto bene sto suonando o dal feeling del momento, o dal suono e dal setup della chitarra (ammesso che questo abbiasenso).
Tuttavia ciò a cui dedico particolare cura è cercare di creare linee che siano comode da suonare con una certa tecnica. Quindi, ad esempio, se scelgo la plettrata alternata o l’economy picking mi assicurerò di disporre le note in modo che esistano determinati schemi di numeri ideali (3-3-3 o 3-1-3 o ad esempio 2 note su una corda per cambiare direzione). In questo modo si possono creare linee riproducibili in modo fluido senza dare troppo lavoro al cervello, alla mano destra o sinistra. Per quanto riguarda il fraseggio: penso che la maggior parte del “suond da fraseggio” provenga effettivamente dagli slides, dal bending e dal vibrato, perché queste sono le tecniche che daranno vita alle frasi e renderanno qualsiasi suono meno statico!

In che modo organizzi il tuo programma di pratica mentre ti eserciti per registrare la tua musica o ti prepari per un concerto? Il tuo modo di suonare è così semplice e rilassato, in che modo hai lavorato per ottenere questo risultato?

S: Vorrei avere ancora il tempo per mantenere una routine di pratica quotidiana. Negli ultimi 3-4 anni non ho avuto costantemente una chitarra in mano (purtroppo!). Quando ero più giovane ho suonato e praticato ogni giorno per molte, molte ore, ma non ho più tempo per farlo. Inoltre esercitandomi e basta non avrei mai prodotto musica (che è ciò che mi interessa di più, a dire il vero!).
Cerco sempre di mantenere un certo livello perché mi sono reso conto che tutta la tecnica e la resistenza vengono meno abbastanza rapidamente, quindi prepararmi per le registrazioni significa solo suonare molta chitarra la settimana prima.
Per quanto riguarda il suonare rilassati e senza sforzo: penso che il trucco sia trovare la perfetta via di mezzo tra il rilassamento e lo sforzo, che arriva praticando lentamente e poi aumentando la velocità. Delle volte è possibile aumentare la velocità usando molta tensione, ma questo dovrebbe essere fatto solo per “testare le acque”. Esercitandosi di più e sperimentando, si è in grado di suonare a tempi più veloci tenendo sotto controllo quanta tensione serva. Quindi il prossimo obiettivo è cercare di ridurla il più possibile al minimo senza sacrificare precisione e tono/attacco.

 


Quando si tratta di costruire il tuo suono so che ti orienti verso il Fractal Axe Fx. Come mai hai scelto di ricorrere completamente al digitale e perché hai scelto Fractal fra tutte le altre opzioni?

S: L’Ax Fx mi dà molta flessibilità durante la creazione delle mie patch e suona in modo fantastico sia nelle aree clean/low gain che in quelle high gain. Al giorno d’oggi ci sono tantissime simulazioni di amplificatori disponibili che suonano alla grande, ma molte hanno solo qualche suono davvero efficace. Possono funzionare molto bene per determinate applicazioni, ma non funzioneranno quando si tratta di altri tipi di sonorità. Con l’Ax Fx puoi ottenere praticamente qualsiasi tipo di suono e farlo funzionare in un mix. Inoltre, mi piace avere un dispositivo autonomo e praticamente senza latenza che possa funzionare senza dover avviare Cubase e impostare un canale di input.
Per quanto riguarda analogico vs digitale: ho avuto un vero amplificatore per anni e ho adorato il suono di quella strumentazione, ma dato che vivo in un appartamento non ho avuto molta scelta. La donna anziana che vive al piano di sotto si arrabbia quando uso l’aspirapolvere dopo le 8 di sera, quindi immagina cosa succederebbe se spingessi 90 db di riff a 7 corde attraverso una cassa e in un microfono! ;D In tutta franchezza: la seccatura di amplificatori, cabinet e microfoni analogici sarebbe comunque troppo grande, quindi mi semplifico la vita e usando l’Ax Fx!

La tua musica ha una produzione davvero fantastica, qual è il tuo workflow per ottenere un così buon risultato?

S: Grazie! Penso che l’attenzione ai dettagli e l’equilibrio siano fondamentali per una buona produzione. Certo, le chitarre possono sempre suonare meglio, la cassa può sempre suonare più grossa e il basso potrebbe essere sempre più definito, ecc. Ma per me quello che conta di più è che tutto sia in equilibrio e l’intera “immagine sonora” sia in grado di trasmettere la visione all’ascoltatore. Di solito scrivo e mixo allo stesso tempo: è un metodo di lavoro che ho trovato funzionare meglio per le mie esigenze. Per me è sempre importante avere un’idea di come suonerebbe il tutto se fosse già mixato, anche quando sono ancora in fase di scrittura, per cui tendo a fare molte cose contemporaneamente. Durante la registrazione mi assicuro sempre che tutte le mie chitarre siano accordate ed a volte, con le ritmiche, accordo la chitarra in modo che suoni bene in quella particolare sezione e la riaccordo per altre sezioni. Non sempre ricorro a questo, perché voglio che le mie produzioni suonino sempre naturali, ma sono molto sensibile ai problemi di accordatura e a volte mi fanno impazzire!
Per tutte le chitarre soliste, faccio da prima un buon setup e poi mi assicuro che tutte le mie linee principali non siano solo il più accurate possibile, ma anche precise ritmicamente. A volte è la prima take, a volte può richiederne fino a 100, ma ehi, ne vale comunque la pena! 

 


A un livello più personale, SYNDRONE è la tua attività principale durante la giornata o ci sono altri lavori, passioni e hobby che guidano la tua vita e forniscono ispirazione per la musica?

S: Ho un normale lavoro quotidiano, ma a parte questo il 98% dei miei pensieri e della mia vita riguardano la musica, davvero! Mi sono interessato molto al sound design e probabilmente negli ultimi mesi ho trascorso più tempo con i sintetizzatori che con le chitarre, quindi è qualcosa che mi appassiona molto in questo momento e mi ispira molto. Mi ha anche aiutato a guardare la chitarra come uno strumento meno tradizionale (anche se il mio modo di suonare in SYNDRONE è piuttosto tradizionale). Al momento sto producendo un progetto pop per una cantante svizzera che è anche molto interessante (sebbene molto lontano da riff, distorsione high gain e trentaduesimi in plettrata alternata) e sto lavorando ad un po’ di musica in stile Cyberpunk, che non ha nulla a che fare con SYNDRONE, ma che probabilmente influenzerà le sue future sonorità. A parte questo, mi piace cucinare e giocare ai videogiochi… Immagino che la mia vita sia super noiosa! ahah

Grazie mille per essere stato con noi, c’è qualcosa che vorresti dire a tutti i nostri lettori?

S. Vorrei ringraziarvi per avermi dato l’opportunità di realizzare questa intervista! E vorrei davvero ringraziare tutti coloro che stanno ascoltando e supportando SYNDRONE! Creare un album pieno di riff metal e folli linee di chitarra è una cosa strana e, sebbene divertente, può essere anche molto frustrante. Se non fosse per le persone a cui piace SYNDRONE probabilmente farei qualcos’altro nella mia vita (forse cercando di renderla meno noiosa), quindi vorrei semplicemente mandare un GRANDE GRAZIE a tutti voi ragazzi ( e forse ragazze) là fuori che mi accompagnano nel mio viaggio musicale! <3

Potete seguire SYNDRONE su
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Link per l’intervista originale in inglese qui.

Michael Romeo, chitarrista e fondatore dell’ acclamata band Symphony X, annuncia l’uscita del suo nuovo album solista War Of The Worlds, Pt. 2, che verrà pubblicato il 25 marzo 2022 attraverso IndiseOutMusic.

Per “WOTW2” Michael  torna a lavorare con i colleghi John Macaluso alla batteria e John “JD” DeServio al basso.

Ad accompagnare la notizia il video del primo singolo Divide & Conquer,   che vede la partecipazione di Wayne Joyner alla voce.

 

 

 

Nasce oggi TGA Edizioni Indipendenti che si propone nel campo dell’editoria pubblicando in modo indipendente dei manuali didattici dedicati alla chitarra.

Non sono solamente dei manuali dove poter studiare in autonomia ma ci sarà anche il supporto degli insegnanti di Total Guitar Academy che potranno verificare il lavoro e dare dei consigli per ottimizzare il lavoro di ognuno.

Il nuovo sito presenta tutto il catalogo con preview dei libri e descrizione dettagliata.

Dopo aver esplorato il mito di Frankenstein e i film degli anni ’80, lo scienziato pazzo del rock è tornato con il suo terzo full-lenght e dieci nuove tracce in un concept album pieno di ironia, melodia e virtuosismo.

Matteo Brigo, talentuoso chitarrista e compositore padovano, torna sulla scena con un nuovo album dopo il successo dei precedenti “It Works!” ed “80’s Movies”, che hanno raccolto ottime recensioni e interviste nei principali magazine del settore affermandosi all’interno del panorama musicale hard-rock e metal italiano.

Matteo Brigo è un brillante chitarrista, compositore e arrangiatore del panorama hard-rock e metal italiano.

Dal 2009 al 2017 prende parte come chitarrista della rock band Maieutica, della quale cura composizione ed arrangiamenti dei pluriacclamati album Logos (2012) e R.E.S. (2016), che lo portano ad esibirsi in prestigiose vetrine tra cui Rai Radio 2 e Rai 3.

Matteo pubblica nel 2016 il suo primo album solista “It Works!” , un concept album di successo che racconta la storia di uno strampalato e brillante scienziato pazzo ed affonda le radici delle sue tematiche nella commedia americana degli anni ’80 e ’90 di film come Ritorno al futuro o del videogioco Day of the Tentacle.
Nel marzo 2018 Matteo pubblica “80’s Movies”, il suo secondo album solista che racconta le vicessitudini del nostro scapestrato scienziato che, a seguito di un altro dei suoi folli esperimenti, riesce a catapultare fuori dai nostri teleschermi tutti i mostri, gli eroi, i personaggi e i marchingegni dei film anni ’80.

Matteo è attualmente docente di chitarra nelle scuole Padovarte Musica, La Casa della Musica, Teatro la Perla, Groovy Studio, musicoterapeuta in diversi centri per disabili e proprietario di un brillante canale YouTube, attraverso cui è possibile accedere a molti dei suoi contenuti.

Space Pirate, composto da dieci tracce strumentali, è un vivace album dai ricchi arrangiamenti che, sebbene abbia come protagonista assoluta la chitarra di Matteo, denota sin dal primo ascolto una grandissima e meticolosa cura nella composizione di tutti gli strumenti al suo interno.

Naturale proseguimento degli album precedenti, muove dalle stesse coordinate musicali e si espande con audacia verso confini non ancora esplorati: il nostro eroe, protagonista dei precedenti “It works!” ed “80’s Movies” si ritroverà a capo di una nave pirata futuristica proiettata verso le profondità dello spazio in rocambolesche avventure, i cui elementi fantastici fanno tornare alla mente gli scenari di “Capitan Harlock”.

L’intero disco ruota attorno a un coerente gioco di citazioni e riferimenti: i titoli dei brani, spesso
estrapolati da film, cartoni animati e videogame; l’artwork che richiama il mondo dei cartoon e del
fumetto; gli effetti sonori che riportano alla mente i vecchi videogiochi anni ’80 e ’90.  Questa straordinaria miscela ci guida attraverso un fantastico e colorato universo, raccontato anche nel videoclip del singolo di lancio “Space Pirate”.

L’avventura comincia con la sopracitata Space Pirate, un brano energico ed allegro che attraverso il breve intermezzo inziale ed il frizzante arrangiamento richiama istantaneamente il mondo dei pirati, e che attraverso suoni futuristici e divertenti scelte di sound design ci teletrasporta in un universo futuristico e spaziale.

Sullo stesso ritmo incalzante e vivace segue Three-Headed Monkey, che attraverso un vorticoso incipit (che porta alla memoria le allegre colonne sonore di alcuni vecchi videogame) ci conduce ad uno spumeggiante tema ed altissime vette di virtuosismo dal forte sapore anni ’80.

Sonorità differenti per On Stranger Tides, che dopo una evocativa introduzione (in cui brilla l’arrangiamento dei diversi strumenti) esplode in una energica e melodica sezione centrale, per poi tornare ad un carattere più disteso e fantastico sul finale. Una traccia ricca e variegata, che lascia percepire tutta la risolutezza, l’emozione ed il brivido dell’avventura attraverso galassie sconosciute.

Release the Kraken, brano il cui titolo sembra suggerirci sonorità più drammatiche, sorprende con un ritmo travolgente, il cui vivace groove e le giocose melodie evocano una volta ancora il mondo dei videogame. I quattro minuti che compongono questa traccia volano, e non si può far a meno di ascoltarla una seconda volta per lasciarsi travolgere da tutta l’energia ed il brio che Matteo ha saputo catturare in questa brillante traccia.

The Technodrome rappresenta una grande novità stilistica rispetto a quanto ascoltato fino ad ora: le sonorità si fanno decisamente più moderne, il sound vira bruscamente verso il metal e concede ampio spazio per synth ed effetti di sound design. Per la prima volta ci troviamo di fronte a passaggi ricchi di pathos e tensione, che senza mai rinunciare alle cantabili melodie con cui Matteo ci ha accompagnato fino ad ora costituiscono una delle tracce più incredibili dell’album.

Un mix di musica elettronica, synth, e dance costituiscono Grog, un brano dal ritmo trascinante e travolgente che ci sorprende con improvvise variazioni e che ancora una volta richiama da molto vicino i suoni iconici del mondo anni ’80 e ’90.

Terminato l’intermezzo composto dagli ultimi due brani torniamo alle sonorità di partenza con All Aboard, con cui Matteo ci richiama sul suo galeone per proseguire il viaggio attraverso la galassia della sua musica.

Segue Big Whoop, brano dal carattere giocoso ed energico in cui gli strumenti dialogano reciprocamente e che, dopo un inaspettato intermezzo che richiama i suoni utilizzati da molti videogiochi arcade degli anni ’90, ci stupisce con una nuova sezione ricca di groove e dall’espressivo ed intenso fraseggio.

Enchantment Under the Sea è un brano fantastico, sin dalle prime note si può respirare un’atmosfera incantata e fiabesca, merito anche del brillante arrangiamento e delle mai scontate melodie di Matteo che, muovendosi attraverso i bellissimi cambi di accordi, dà voce ad un fantastico e mutevole universo di note.

To Infinity and Beyond è un brano profondo ed emozionante,  il carattere allegro ed energico che ha caratterizzato buona parte di questo bellissimo album si attenua, e Matteo ci congeda e ringrazia per aver preso parte al suo viaggio spaziale con una traccia solenne e che non ci nasconde quel velo di tristezza che accomuna tutte le belle storie quando volgono al loro termine.

Space Pirate è un album originale e dal ritmo travolgente, l‘entusiasmo di Matteo per la musica traspare da ogni singolo brano e non si può fare a meno di lasciarsi trasportare dalle sue note, sorridendo dall’inizio alla fine di ogni ascolto.

Per tutti gli appassionati dell’universo degli anni ’80 e ’90, del retrogaming, dei pirati così come dello spazio, questo album rappresenta una vera e propria gemma, che non potrà che riportare a galla tantissime dolci memorie grazie alle note di Matteo e regalare tanto divertimento ed emozioni a chiunque sia un appassionato di musica, specialmente della chitarra!

Primo album solista del Dr. Viossy che, accompagnandoci in un lungo viaggio composto di introspettive melodie, incalzanti groove ed energici riff apre le porte del proprio io mostrandoci cosa ha rappresentato per lui l’esperienza musicale vissuta fino ad oggi.

Michele Vioni è un celeberrimo musicista del panorama italiano, chitarrista di Michele Luppi (Whitesnake), Dyanonymous, Vivaldi Metal Project, e noto per aver preso parte ai tour europei di artisti del calibro di Blaze Bailey (Iron Maiden), Edu Falaschi (Angra, Almas), TM Stevens (James Brown, Tina Turner, Steve Vai…).

Altrettanto notevole la sua attività come didatta: Michele insegna come special tutor presso il MMI – Modern Music Institute, Michele collabora come celebrity guitar coach con la Oksana School of Music (Beverly Hills – USA), ed è autore dell’acclamato metodo “eXtreme Hard Rock Guitar” edito da Carish.

Michele è inoltre titolare di un fantastico canale YouTube attraverso cui è possibile accedere a numerose (e preziose) lezioni, backingtracks, playthrough, consigli molto variegati riguardo diversi aspetti dello strumento, brani inediti, demo ed ancora straordinarie cover (fra cui spicca il grandioso terzo movimento della Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven, che ad oggi ha raggiunto diciannove milioni di visualizzazioni).

Il Dr.Viossy è endorser per GNG Negrini Guitars, BRBS amplification, Red Seven Amplification, Jad&Freer, Two-Notes Audio Engineering, Intune Gp custom guitar picks e IK Multimedia.

The adventure so far, composto da dieci tracce strumentali, è un album di musica prima ancora di essere l’album di un chitarrista, un lungo viaggio attraverso una ricca ed allegra visione della musica che non si ferma ai limiti imposti da uno strumento o dalla scelta vincolante di un genere.

L’ascolto comincia con Ekphrasis, un brano dalle atmosfere oniriche e con alcune note di mistero, in cui spiccano le brillanti scelte di sound design che richiamano da molto vicino alcune colonne sonore del cinema.

Come un fulmine a ciel sereno segue The Beautiful Unrest Of The Soul, che travolgendoci con una cascata di note ed energia nei primi secondi e dispiegandosi attraverso variazioni del tema e diverse sezioni musicali nel suo svolgimento, dipinge alla perfezione l’idea del continuo moto emotivo dell’anima.

Prima Ballerina, terza traccia dell’album, torna su ritmi più distesi sebbene incarnando tutta l’energia e la vivacità di una danza.

Su registri molto diversi All I Knead Iz U!!1!, una dolce ed espressiva ballade romantica dal finale esplosivo e ricco di passione.

Se la varietà è una delle caratteristiche portanti di questo album, la quinta traccia Entertrain la incarna alla perfezione, proponendoci scelte stilistiche, sonorità e sapori del tutto nuovi rispetto a quanto ascoltato fino ad ora. Il groove è travolgente e coinvolgente, la sezione ritmica ha un tiro incredibile, merito anche della prima e brillante guest di questo album Giorgio Terenziani, che con il suo eccellente lavoro al basso conferisce al brano un sound straordinario, probabilmente il più heavy fra quelli proposti (sebbene stilisticamente non sia questa la traccia più pesante).

Trascendence è un brano più articolato, meno diretto, dalle atmosfere più sofisticate e dalla struttura più complessa, che presenta una tavolozza cromatica molto variegata e ricca. Fa qui la sua comparsa il secondo ospite di questo album, Paolo Caridi, che sedendo dietro alla batteria di questa traccia arricchisce la sezione ritmica dei colori che solamente un professionista del groove potrebbe aggiungere.

Altrettanto variegata la successiva Noble Reasons, che ci guida verso una più carica e diretta One Hundred and One Odobenus Rosmarus, che apre la sezione conclusiva di questo straordinario album con riff pieni ed un fraseggio più chitarristico. Estremamente allegro ed interessante il breve intermezzo elettronico, che aggiunge una sorpresa imprevista e piacevole ad un brano dal carattere vivace e frizzante.

La successiva Mummies Euphoria è un altro brano dalle atmosfere articolate, a tratti oniriche, a tratti misteriose, sembra assumere un carattere più sbarazzino e giocoso per poi sorprenderci con un intermezzo centrale molto introspettivo, per poi tornare a ritroso sui propri passi e condurci al colossale outro.

The adventure so far, title track e conclusione di questo album, è una traccia commovente ed emozionante sin dalle prime note. Siamo ormai giunti ai saluti e Michele ci congeda con un velo di tristezza che accomuna la fine di tutti i grandi racconti, così come tanta gioia e gratitudine per aver condiviso insieme a lui questo straordinario viaggio attraverso il suo io e la sua visione della musica.

Una menzione speciale è meritata dalla copertina, che raffigura una porta spalancata sul cuore del musicista e che lascia fluire all’esterno tutte le idee e le immagini proposte nei diversi brani ed i loro titoli.
The Adventure So Far
è un lavoro straordinario, composto e curato senza alcun limite o preconcetto.
È un album che trasmette emozioni, allegria, gioia, e che lascia trapelare tutto il divertimento del Doc durante le fasi di composizione e registrazione (molti degli stessi brani presentano titoli giocosi ed ilari).
Ogni traccia propone diverse atmosfere e colori, temi che vengono variati ed alterati, dando vita ad un dipinto coeso ed articolato ma che riporta costantemente ad un unico punto: l’amore per la musica e per quello che fa provare a ciascuno di noi.
Un album da ascoltare tutto d’un fiato, lasciando che la musica del Dr. Viossy ci conduca attraverso questo fantastico viaggio.

Sono pochi i chitarristi che nel corso della loro carriera hanno saputo evolvere rimanendo fedeli al proprio stile e senza mai diventare ombra di se stessi: Michael Romeo è uno di questi.

Un musicista all’apparenza timido, che non ama far parlare eccessivamente di se e che raramente concede interviste, lasciando che sia la sua straordinaria musica a parlare per lui.

Michael Romeo nasce il 6 marzo del 1968 a New York, iniziando a studiare pianoforte e clarinetto all’età di dieci anni, restando tuttavia affascinato dalla chitarra dopo aver ascoltato i Kiss.
Come molti altri musicisti della sua generazione sarà tuttavia Randy Rhoads nei celeberrimi album Blizzard of Ozzy e Diary of a Madman a far esplodere il suo amore per la chitarra elettrica e a forgiare le basi di quello che sarebbe diventato il suo inconfondibile stile.

Gli esordi ed il primo album solista: The Dark Chapter 

Influenzato da molti compositori classici quali Johan Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig Van Beethoven, Richard Wagner, Igor Stravinsky e Claude Debussy, Michael pubblica il suo primo album strumentale come solista intitolato The Dark Chapter nel 1994, all’età di ventisei anni.
Originariamente ideato come demo nel 1992 ed inviato a diverse case di produzione, l’album ha suscitato l’interesse dell’etichetta giapponese Zero Corporation.

È questo il momento della svolta, l’anno in cui per terminare i lavori su The Dark Chapter Michael unisce le forze con il brillante tastierista Michael Pinnella, assieme al quale darà vita al progetto progressive metal Symphony X del quale resterà sempre il principale compositore.

Symphony X, la prima fase

Non esiste un solo album debole nella discografia dei Symhpny X, tantomeno un solo album dove le chitarre non risultano brillanti ed inconfondibili: riff sincopati ed aggressivi si alternano ad atmosfere oniriche ed arpeggi dalle dolci sonorità, per poi cedere il posto ad esplosivi ritornelli ed intermezzi dal carattere epico ed eroico, che affondano le loro radici nella musica classica.

Gli anni che vanno dal 1995 al 2005 sono da molti considerati il periodo d’oro della band.
Symphony X e The Damnation Game incarnano già tutti quelli che resteranno i tratti distintivi della band, lasciando trapelare tutte le influenze provenienti dalla musica classica ed i caratteri propri del prog. Brani metal si alternano alle più romantiche e drammatiche ballade caratteristiche dei Symphony X, accompagnandoci fino al successivo The divine Wings of Tragedy.

Un album straordinariamente aggressivo ed elegane, di cui ogni brano risulta estremamente curato e convincente. Sicuramente da citare alcuni dei brani più celebri di tutta la carriera della band come Of Shadows and Sins, Sea of lies e The accolade (le prime due croce e delizia di tutti i chitarristi che si sono cimentati nello studio dei loro incredibili assoli!).

Sullo stesso filone vediamo Twilight in Olympus, un’altra grande gemma del progressive metal fino ad arrivare a V: The New Mythology, primo concept album della band che racconta del mito di Atlantide. Da questo album provengono altri grandi classici della band (e della chitarra) come Evolution ed Egypt, suonati in quasi tutti i concerti.
Con The Odyssey si chiude questo primo capitolo del Symphony X, in cui Michael ci regala una splendida suite di 24 minuti come title track la quale racconta il mito a cui si ispira il titolo dell’album.

Syphony X, la seconda fase

Paradise Lost (2006) apre un nuovo capitolo nella composizione di Michael e delle sonorità della band, virando verso un sound più scuro e metal.
L’album, ispirato all’omonimo poema di John Milton, vede il chitarrista impegnato in un fittissimo riffing e cimentarsi in mirabolanti assoli, alzando notevolmente il già elevato livello tecnico del proprio fraseggio.
L’album consacra la già celebre band al successo assoluto, vendendo 6.300 copie nella prima settimana e classificandosi al centoventrieesimo posto nella classifica dei duecento migliori album degli Stati Uniti.
Figlio di Paradise Lost e dalle sononorità ancora più aggressive segue Iconoclast, pubblicato nel 2011, confermando il successo ottenuto col precedente album e spingendosi verso vette ancora più alte con 7.300 album venduti nella prima settimana.
Appartengono a questo album alcune pietre miliari delle performance live della band come Set the world on fire e Serpent’s kiss.
Chitarre estremamente sincopate e taglienti nei riff si alternano a ritornelli più aperti e cantabili, lasciando poi il posto a straordinari assoli che seguono il filone di Paradise Lost.
Fra i brani dell’album emergono la title track Iconoclast (ed il suo fantastico intro in tapping), Dehumanized, ed End of innocence, spesso proposte anche in sede live.
Nel 2015 vede la luce Underworld, che il bassista Mike Lepond definisce come “una via di mezzo fra The Odissey e Paradise Lost”. Tornano moltissimi elementi tipici degli album della prima fase della band, accompagnati da un sound molto robusto ed in linea con i lavori più recenti.

Il ritorno agli album come solista, War of the words, Pt. 1

Pubblicato nel 2018 War of the words Pt.1 trae ispirazione dall’omonima novella di H. G. Wells ed include, oltre alle già ben note influenze provenienti dalla musica classica, moltissimi elementi di musica elettronica dance, dubstep ed ispirata dalle colonne sonore di Bernard Herrmann e John Williams.
Michael prevede un seguito per l’album che a detta del musicista è già pronto e agli stadi finali della produzione, ma che tuttavia attenderà a pubblicare affinchè il pubblico abbia tempo e modo di apprezzare e digerire il primo capitolo.
Le chitarre raggiungono probabilmente l’apice di tutta la carriera di Michael in questo disco, che fra cinematografiche atmosfere ci delizia con riff fittissimi e assoli straordinari.

Lo stile e la tecnica

Molti chitarristi ricorrono ad una pallette circoscritta di tecniche grazie a cui è semplice identificarli e con le quali costruiscono il loro fraseggio: non è questo il caso di Michael Romeo, che ha perfezionato tutte le tecniche della chitarra moderna portandole non solo a livelli spaziali, ma padroneggiandole con assoluta maestria e disinvoltura senza mai abusale.

In generale possiamo riconoscere una grandissima morbidezza e fluidità nel suo modo di suonare, che si tratti di hammer on e pull off così come di plettrata alternata, tecniche alle quali ricorre spessissimo.
Nei pattern a tre note per corda ricorre spesso allo sweep picking per passare da una corda all’altra, mentre per gli arpeggi utilizza indifferentemente sweep picking o tapping (specialmente quando deve suonare pattern più articolati o arpeggi di settima).

Michael fa ampio ricorso alla scala minore naturale, minore armonica, minore melodica, esatonale, minore pentatonica e scala blues, alternandole in diverse sezioni dei suoi assoli e variandole in base agli accordi sui quali deve suonare.
Un’altra scala utilizzata di frequente per creare vere e proprie cascate di note è la cromatica, spesso combinata all’uso del tapping.

Un esempio stilistico

Desidero concludere questo articolo con un esempio dello stile di Michael, proponendo una lunga ed articolata sequenza in tapping ispirata al terzo movimento della Sonata al chiaro di luna di Ludwig Van Beethoven.
Michael ci mostra lo stesso passaggio eseguito in diverse velocità, da notare la costante pulizia del suono e come non usi nulla per impedire alle corde a vuoto di risuonare se non il muting delle sue mani.
A seguito del video una tab della parte suonata (ricordiamo che la sua accordatura canonica è D standard, e dunque un tono più bassa della classica E standard).
Buon divertimento e buono studio!

Oggi siamo in compagnia con un gigante della musica Jazz in Italia, di sicuro non ha bisogno di presentazioni e siamo lieti di poterlo conoscere maggiormente: Umberto Fiorentino.

OnlineGuitar: Buongiorno Umberto grazie del tuo tempo! Ci vuoi raccontare cosa ti ha mosso ad iniziare a suonare la chitarra e quali studi hai affrontato negli anni?

UF: Ho iniziato per caso, complice un pomeriggio di noia passato tanti anni fa con alcuni miei amici. Qualcuno, non ricordo chi, ha proposto di fare un “complesso”, all’epoca i gruppi si chiamavano così. Nessuno di noi suonava, ciascuno ha scelto quale strumento suonare, io avrei voluto l’organo elettrico, ma a casa mi hanno risposto che non se ne parlava. Ho ripiegato sulla chitarra, una classica con le corde in metallo, undicimila lire nuova. Da lì è iniziato tutto il resto.

Passato un periodo a suonare canzoni e poi a provare a suonare Hard Rock ho cercato qualcuno che mi insegnasse qualcosa ma non sono riuscito a trovare nessuno. Le uniche due lezioni che ho mai preso furono di chitarra classica ma non ce l’ho fatta a proseguire, non era per me, almeno in quel momento. Ho studiato per conto mio dopo aver finito il liceo, avevo già iniziato ad ascoltare il jazz rock e qualcosa di Jazz più tradizionale. Frequentando altri miei coetanei con la mia stessa passione è stato più facile capire cosa fare. Più tardi, quando altri chiedevano di studiare con me, ho analizzato quello che facevo per poterlo trasmettere. È qualcosa che faccio ancora adesso.

OnlineGuitar: Oltre ad essere un grande musicista sei da anni impegnato nella didattica, cosa ne pensi oggi di chi vuole intraprendere un lavoro con la musica? Che studi deve fare e come? E che possibilità ci sono oggi per un musicista di emergere sia nella vita reale che nel web? Ci sta talmente tanta offerta che sembra davvero difficile eppure i ragazzi che frequentano i conservatori o le scuole private sono ancora molti, che consigli ti senti di dare?

UF: Ora è tutto diverso, chiunque abbia voglia di imparare ha tutta la conoscenza a portata di mano, a casa sua davanti a un computer, con un maestro, una scuola o in un conservatorio. Se ci si affida a qualcuno bisogna avere la capacità di capire se può darti quello che ti aspetti. Senza però avere la presunzione di giudicare frettolosamente. A tutti i miei allievi consiglio comunque di mantenere uno spirito da autodidatta parallelamente a quello che deve avere un buon allievo.

Per quanto riguarda il lavoro in questo momento non è facile dare consigli, la situazione economica e culturale del nostro paese la conosciamo. Ma non sarà sempre così. Se si ha una forte passione bisogna fare quello che si ama senza fare troppi calcoli. È una scommessa. Come quella che porta a fare una scelta diversa. Il chitarrista o l’avvocato, il commerciante o l’imprenditore non sono strade che ti assicurano oggi una riuscita sicura. Se ci metti tutto te stesso hai delle possibilità in più. L’unica cosa da fare è impegnarsi al massimo per diventare forte, e capire strada facendo se davvero sei portato per quella strada. Restando alla musica lo studio non dovrebbe essere una fatica ma una necessità dell’anima, un bisogno insopprimibile.

OnlineGuitar: Studiare è sicuramente un aspetto molto importante della chitarra ma poi alla fine come fa un ragazzo a trasformare il suo potenziale in musica? Che qualità e/o sensibilità si deve avere oggi per essere un musicista?

UF: I musicisti che conosco che hanno saputo affermarsi economicamente sfruttando il proprio talento musicale non sono molti. Mi riferisco a chi con la musica ha fatto molti soldi. Tutti loro hanno qualità imprenditoriali e alcune volte addirittura politiche, cose dalle quali sono stato sempre molto lontano.
Chi ha queste capacità e suona bene non trova difficoltà. Anche in mancanza di questo bisogna però darsi da fare, uscire, andare ad ascoltare gli altri, essere gentili e corretti; la musica è stare insieme. Nessuno vuole lavorare con uno stronzo vicino.

OnlineGuitar: Quali sono i progetti a cui stai lavorando in questo momento? Hai novità in uscita?
UF: Nessun progetto e tutti i progetti. Prima o poi andrò a registrare qualcosa a mio nome, anche se lo dico sempre e non lo faccio da anni.

OnlineGuitar: Il tuo modo di suonare richiede un suono particolare della chitarra, da cosa è composto? Come ce lo descriveresti a parole?

UF: Credo di essere in buona compagnia: cerco il suono che ho in testa, e più o meno riesco a ottenerlo con una strumentazione di volta in volta diversa. Ciò non toglie che se posso scegliere suonerò con la tale chitarra e con quelle corde e con quel plettro, con l’amplificatore al quale hai cambiato le valvole con quelle che dico io, con i pedali che andranno regolati in quel modo etc etc. Sono maniacale e patologico in questo, ma so che non è quello che mi fa a tirare fuori il suono che cerco. Può solo aiutarmi ad avvicinarmici.

OnlineGuitar: Dopo tanti anni passati ad ascoltare musica e a suonarla, cosa ti da ancora la carica e la spinta come la prima volta che hai imbracciato la tua sei corde?

UF: Non è come la prima volta. Certe volte non ne ho proprio voglia e non suono affatto per lunghi periodi, altre mi ci trovo dentro con una passione molto più forte rispetto al passato. Credo proprio che certe volte la musica comandi molto più di noi.

Grazie ancora del tuo tempo
A presto

Nel 2003 pubblica l’ultimo tassello della ‘trilogia elettronica’: JEFF. È un album che si distingue dai due precedenti per l’uso quasi estremo dell’elettronica, ricorrendo con più frequenza alla drum’n’bass e a ritmi ossessivi. Trattandosi di Jeff, però, non mancano momenti di pura poesia e di introspezione, come nel brano ‘Bulgaria’, in cui la chitarra è accompagnata dall’orchestra.

Dopo diversi album in studio, e a distanza di 31 anni, viene pubblicato il secondo live album ufficiale di Jeff Beck: LIVE AT RONNIE SCOTT’S JAZZ CLUB (2008). Il disco riscuote immediatamente successo sia di vendite che di critica e, al contempo, rappresenta un ritorno alla ribalta in grande stile per il nostro guitar hero. La scaletta è ricca e ripercorre in lungo e in largo la carriera solista di Beck. La band che lo accompagna è composta da eccellenze quali Vinnie Colaiuta alla batteria, Jason Rebello alle tastiere e una giovane nuova promessa al basso, Tal Wiekenfeld. Non mancano ospiti sul palco tra cui, su tutti, l’amico Eric Clapton.

Nel 2010 Beck pubblica il suo primo album in studio dopo sette anni, intitolato EMOTION & COMMOTION. Abbandonati loop, suoni elettronici e distorsioni acide, Beck ci regala un album molto rilassato, intenso, dominato dagli arrangiamenti orchestrali e dalla presenza di alcune vocalist femminili, Joss Stone, Imelda May e Olivia Safe. Nel disco Beck rivisita un paio di brani di Jeff Buckley ma, soprattutto, ci regala due interpretazioni strumentali da brivido: ‘Over The Rainbow’ e il ‘Nessun Dorma’ di Puccini. L’album coincide anche con il cambio di management e con l’inizio, potremmo dire, di una nuova vita artistica di Jeff Beck.

Seguono, infatti, diversi tour di successo, premiazioni e riconoscimenti alla carriera, l’ammissione alla Rock’n’Roll Hall of Fame, nuovi live album, LIVE+ (2015) e LIVE AT HOLLYWOOD BOWL (2017) e un nuovo e, per ora, ultimo disco in studio, LOUD HAILER (2016), che vede la collaborazione di due giovani musiciste, una chitarrista e una cantante, e un sound sempre fresco e moderno.

Jeff Beck è un musicista che ha innovato radicalmente il senso e l’uso della chitarra elettrica attraverso il testardo e appassionato perseguimento di un unico obiettivo: la musica. Ha attraversato i generi musicali, abbattendone i confini e ridefinendone i linguaggi, con la stessa attitudine alla scoperta che muove un navigatore alla ricerca di nuovi mondi. Ha sviluppato una tecnica personale originale e inarrivabile, frutto di continue ricerche e della voglia di oltrepassare i limiti fisici dello strumento, sfidando l’uso convenzionale dello strumento e non smettendo mai di cercare, di mutare, di evolversi, anche al prezzo di una minore celebrità. E tuttavia, non è da tutti chitarristi dediti alla musica strumentale essere definiti Guitarists’ Guitarist e avere il proprio nome nella Rock’n’Roll Hall of Fame.

Il punto di svolta nella carriera di Beck è alle porte. Stanco delle sonorità rock tradizionali e sempre più immerso e affascinato dalla fusion di gruppi come la Mahvishnu Orchestra del famoso chitarrista John McLaughlin, Jeff Beck entra negli AIR Studios e con il tocco sapiente alla produzione di George Martin, già all’opera in passato con i Beatles, il chitarrista inglese sforna un disco che si rivelerà non solo il suo primo album di successo, ma anche un punto di riferimento fondamentale per gli amanti degli album di chitarra strumentali.

Il disco si intitola BLOW BY BLOW (1975) e vola subito in classifica al quarto posto. I brani si susseguono senza interruzioni, come a comporre un’unica traccia, finché non si giunge al capolavoro vero e proprio: ‘Cause We’ve Ended As Lovers’. Il brano è accreditato a Stevie Wonder, ma reinterpretato dalla sensibilità di Beck raggiunge un livello di intensità unico. Un affresco di emozioni che solo un musicista come Beck avrebbe potuto ricreare a quei livelli sulla chitarra. Non è un caso che, ad oggi, il brano sia sempre presente nelle scalette live di Beck e, allo stesso tempo, sia una delle cover più eseguite dai chitarristi di tutto il mondo Per l’occasione il nostro utilizza una Fender Telecaster con al ponte un primo prototipo di pick up Seymour Duncan JB, appositamente montato sulla chitarra dal noto costruttore in persona.

Segue alla pubblicazione del disco un lungo tour proprio di spalla alla Mahavishnu Orchestra, stringendo, così, un’amicizia con il suo leader, John McLaughlin, che dura fino ai giorni nostri. Non c’è tempo per fermarsi, però. Beck, forte del successo di vendite di Blow By Blow, torna in studio, questa volta coadiuvato dall’ex-tastierista della Mahavishnu, Jan Hammer, e sforna WIRED (1976), un lavoro che procede nel solco della fusion tracciato dal suo predecessore. Questa volta, però, i suoni si fanno più elettrici, con l’iniziale assalto sonoro di ‘Led Boots’ a dare avvio al disco.


 

Da segnalare, in particolare, l’interpretazione originale e magistrale di un classico del jazz, ‘Goodbye Porkie Pie Hat’, di cui dà prova Beck e che è indicativa della grandezza del musicista in questione. Il brano è un capolavoro di uso combinato di leva, armonici, tocco e sfumature ottenute con un uso sapiente della manopola del volume della chitarra. Il brano è un manifesto di quello stile che ha reso il nostro chitarrista così famoso. Segue un tour insieme alla Jan Hammer Band dal quale viene tratto l’album dal vivo JEFF BECK WITH THE JAN HAMMER GROUP LIVE (1977).

Cavallo che vince non si cambia, per cui, proseguendo su coordinate che rimandano alla fusion, Beck pubblica THERE & BECK (1980). È il disco che segna l’inizio della sua fruttuosa collaborazione con il tastierista/compositore Tony Hymas, che firma cinque brani dell’album, e vede ancora la presenza di Jan Hammer sia come esecutore che come compositore. Siamo di fronte ad un ennesimo disco di pregiato jazz-rock, con incursioni nel funk, nell’hard rock, nella musica sinfonica, impreziosito da due brani diventati ormai dei veri e propri classici del repertorio di Beck: la rockeggiante‘Star Cycle’, con il suo intro al sintetizzatore, e la sognante ‘The Pump’. A mio parere, BLOW BY BLOW, WIRED e THERE & BECK compongono la cosiddetta ‘trilogia fusion’ di Jeff Beck e sono tre MUST, non solo per chi voglia conoscere la sua musica, ma anche, e più in generale, per coloro che amano le sonorità jazz-rock o fusion.

Con l’arrivo degli anni ’80 Beck entra in una fase della sua carriera caratterizzata da scarsa ispirazione e mancanza di stimoli. Come lui stesso dirà in seguito, questo periodo ha rappresentato una parentesi poco creativa nella sua vita artistica, preferendo dedicarsi a collaborazioni, forse anche ben più remunerative, con varie star della musica rock e pop (Mick Jagger, Tina Turner, Rod Stewart, Diana Ross) piuttosto che impegnarsi prevalentemente nell’attività solista. Tuttavia, nel 1985 pubblica FLASH, un disco ricco di sonorità pop in linea con il tempo, caratterizzato dall’ampio uso di batterie campionate, di suoni sintetici e con la presenza di brani cantati con l’obiettivo di conquistare una fetta di pubblico più ampia. Il disco vede anche il ritorno alla collaborazione tra Beck e Rod Stewart, che canta su ‘People Get Ready’, e il cui video frutta ampia visibilità al nome di Beck su MTV. Vorrei segnalare in particolare il brano posto in apertura dell’album, Gets Us All In The End, per un paio di soli che Beck esegue al fulmicotone, veloci, con ampio utilizzo di tapping, leva e distorsione che non sfigurerebbero affatto affianco ai soli di noti chitarristi metal.

Terminata la ‘parentesi MTV’, con gioia di Beck, il nostro torna in studio e sforna uno dei suoi dischi più belli e, a mio parere ma non solo, tra i più importanti per il mondo della chitarra elettrica: GUITAR SHOP (1989). Si avvale della collaborazione di Tony Hymas, tastiere, e dell’ex-Frank Zappa alla batteria, Terry Bozzio. Il risultato è un disco strumentale molto variegato, con brani che spaziano dall’hard rock al funky, passando per il blues, il reggae, le ballad e tanto altro. Insomma, fusion nel senso letterale del termine. L’album è un concentrato di maestria sugli strumenti e di virtuosismo sempre al servizio della musica. In questo disco Beck sembra dare una lezione di chitarra a tutti, senza risparmiarsi ed esaltando sempre al meglio il suo talento.

Ogni brano sembra rappresentare la summa di tutto il suo percorso sperimentale compiuto sulla chitarra fino ad allora. Non c’è traccia riempitiva, non ci sono assoli ridondanti né linee melodiche deboli. Dovrei citare ogni brano del disco ma mi limiterò a quella che reputo, e non credo a torto, come l’Apice del Genio di Jeff Beck sulla chitarra: Where Were You. 3:22 di pura magia, di note che sembrano provenire da un Altrove indefinito, da una dimensione ultraterrena in cui la realtà concreta tende a rarefarsi per lasciare spazio solo alle emozioni, quelle più inaccessibili alla coscienza. Da un punto di vista tecnico siamo di fronte ad un capolavoro di uso magistrale di armonici artificiali, sfumature in crescendo di volume sulla chitarra, leva e dita, il tutto ottenuto in maniera combinata. È anche il disco che segna l’abbandono definitivo del plettro da parte di Beck. Non penso di esprimere un parere azzardato se dico che GUITAR SHOP è il disco che rappresenta la vetta della maturazione dello stile di Jeff Beck. Da qui in poi, sarà solo un continuo miglioramento e affinamento di questo stile così unico e originale, fatto di tocco, gusto, senso della dinamica, uso magistrale di armonici e leva, impiego sapiente della manopola del volume e una tecnica incredibile nell’uso delle dita della mano destra.

Con l’inizio degli anni ’90, la carriera solista di Beck entra in una fase di stallo che terminerà solo con la pubblicazione di WHO ELSE nel 1998. Dopo nove anni di silenzio, interrotti solo da varie collaborazioni con altri nomi famosi del panorama mondiale della musica, dalla pubblicazione nel 1993 di un album tributo a Cliff Gallup, CRAZY LEGS, e dalla sua attività live, Beck torna sulle scene con un lavoro, come al solito, innovativo e sperimentale, in cui la sua chitarra nervosa, ironica, sentimentale si incontra con l’elettronica e con la drum’n’bass. È un disco che traccia un percorso per la chitarra elettrica fresco e stimolante e che verrà immediatamente recepito dai lavori in studio di altri suoi illustri colleghi, tra tutti Joe Satriani, Gary Moore, Steve Vai.

WHO ELSE, come già il suo predecessore, offre una varietà di colori musicali incredibile, un melting pot di influenze, dalla musica rock a quella indiana, dal blues all’elettronica, dalla musica ambient a quella celtica. È un album che, a mio parere, non ha momenti di stanca. Su tutti segnalo il blues sensuale di ‘Brush With The Blues’, in cui il Maestro dà una lezione su come si possa suonare autenticamente blues senza rinunciare alla creatività tecnica, e ‘Angel (Footsteps), un vero capolavoro di surrealismo musicale in cui Jeff Beck dimostra di essere, ancora una volta, un Maestro nell’uso dello slide sulla chitarra.

WHO ELSE è il primo di una trilogia, che definirei ‘elettronica’, di album che si susseguono e che vanta, tra l’altro, la collaborazione di un’altra virtuosa delle sei corde, Jennifer Batten, presente anche nel disco successivo, YOU HAD IT COMING (2001). Questo lavoro prosegue sulla stessa scia del precedente, con ampio uso di suoni elettronici e campionati e una dose maggiore di aggressività. Non mancano, infatti, brani dai riff di chitarra molto distorti, cupi. È un disco moderno, che non rinuncia alla sperimentazione. L’album contiene un brano, ‘Nadia’, scritto da un musicista di origine indiana, re-interpretato magnificamente da Beck in chiave strumentale. Ancora una volta, l’uso combinato di slide, leva, armonici, dita della mano destra e volume della chitarra si rivela straordinario, riuscendo a richiamare quelle sfumature tonali e timbriche che solo una voce umana è in grado di dare.

Il nome di Beck salta fuori (quasi) sempre ogni qualvolta si parla anche di un altro grande della chitarra: Eric Clapton, anche lui ex-Yardbirds. Anzi, è proprio dalla sua dipartita dalla band in questione che inizia la vera e propria carriera professionale di Beck nel mondo della musica. Siamo nel 1965, la Swinging London impazza, i 45 giri pop scalano le classifiche, i Beatles e i Rolling Stones sono delle celebrità intoccabili e gli Yardbirds, smessi i panni dei ragazzi che suonano R&B, cominciano ad assaporare il successo pop con il singolo ‘For Your Love’. Tuttavia, il loro chitarrista, irrequieto ma il cui nome è già sulla bocca di tutti a Londra, e non solo, medita di lasciare la band. Eric Clapton decide di mollare il gruppo, attratto più dalle sirene del rock-blues alla corte di John Mayall che dal pop psichedelico della sua band di provenienza. Fuori Eric, dentro Jeff. Ma Jeff non vuole, e non può, essere Eric. E così impone il suo stile alla band, caratterizzato da una maggiore aggressività e da una voglia compulsiva di cambiare gli schemi.

È proprio durante il periodo trascorso negli Yardbirds, infatti, che Jeff Beck comincia a sperimentare un approccio allo strumento che, attraverso lo sfruttamento massiccio dei limiti della (scarsa) tecnologia dell’epoca, gli permette di ottenere nuove sonorità che sfidano gli schemi convenzionali musicali delle pop band dell’epoca. Fuzz, feedback, accordature alternative, entrano, così, a far parte dell’arsenale da guerra di Beck. Il tutto condito dalla giusta dose di aggressività in sede live che si traduce in maltrattamenti di amplificatori e chitarre. Tra l’altro, la rabbia e la furia distruttiva sono due aspetti che sembrano accomunare alcuni chitarristi inglesi dell’epoca. Si pensi a Pete Townshend degli Who e alle Rickenbecker conficcate impietosamente nei cabinet Marshall o violentemente fracassate sul palco. Tuttavia, se Townshend si abbandona a devastazioni di palchi e strumentazione per dare libero sfogo ai propri malesseri esistenziali, anticipando di un decennio l’atteggiamento nichilista del Punk, quella di Jeff Beck negli Yardbirds, invece, è un’aggressività che ha come fine, soprattutto, quello di generare nuove alternative sonore attraverso l’uso, e l’abuso dovremmo aggiungere, della strumentazione. Tutte sperimentazioni di cui, nel frattempo, ‘uno ancora sconosciuto’, ma che di lì a breve avrebbe cambiato il corso della chitarra per sempre, prendeva nota nella sua gavetta in America.

Terminata l’esperienza negli Yardbirds, e con l’affermarsi di band seminali come i Cream e la Jimi Hendrix Experience, anche Beck decide che è ora di perseguire la sua visione musicale e di affermarsi come chitarrista solista al pari dei suoi colleghi. Nasce il Jeff Beck Group, una formazione di cui è leader e nella quale percorre le strade del rock insieme a musicisti del calibro di Ron Wood, al basso e futuro membro dei Rolling Stones, e Rod Stewart alla voce. I primi due dischi della band, TRUTH (1968) e BECK-OLA (1969) vengono, a ragione, considerati dalla critica musicale come i due dischi che hanno gettato le fondamenta dell’heavy metal. Si tratta di due lavori che, partendo dal blues e dalla psichedelia, definiscono le coordinate di quello che sarò poi l’hard rock: suoni distorti, soli di chitarra lancinanti, riff taglienti e percussivi, un cantato graffiato e urlato e un drumming più impetuoso. Il tutto, però, miscelato a stile e a gusto. Una precisazione: lo stile dei due dischi in questione di sicuro non sarebbe considerato hard per i livelli di oggi. Ma non dimentichiamo che nel 1968 suonare una Les Paul collegata ad una testata Marshall Super Lead da 100w crunchata e spinta da un fuzz o un treble-booster significava essere metal in confronto ai suoni puliti delle chitarre dei Beatles e degli Stones.

Ora, senza scadere in sterili quanto inutili e lunghe diatribe per stabilire la paternità di un genere, è, altresì, doveroso ricordare che già i Cream di Clapton, Bruce e Baker avevano conferito al blues un sound più distorto prima del Jeff Beck Group. E di sicuro Beck ne aveva, volente o nolente, preso nota. Tuttavia, quello che mancava ai Cream per poterli definire hard rock e che invece possedeva il Jeff Beck Group era lo stile più aggressivo e impetuoso della musica. Più precisamente, il suono distorto dei Cream era conseguenza più dei volumi enormi sprigionati dai nuovi ampli prodotti da Jim Marshall che il cosciente e perseguito obiettivo di diventare hard rock. Non è un caso che molte band hard rock formatesi successivamente, pensiamo agli Aerosmith, citino i primi due dischi del Jeff Beck Group come fonte di ispirazione.

Dissapori interni alla band e disorganizzazione generale, però, portano all’abbandono del gruppo da parte di Stewart e di Wood, i quali formeranno, poi, i The Faces.

Beck va avanti e dà vita ad una nuova formazione, della quale fa parte un nome importante della storia del rock, Cozy Powell, batterista che, nel corso della sua carriera, collaborerà con nomi importanti (Rainbow, Black Sabbath, Malmsteen, Brian May, Whitesnake). Pubblica due album: ROUGH & READY (1971) e THE JEFF BECK ALBUM (1972). Lontane sono le sonorità hard rock dei primi due dischi. Il ‘nuovo’ sound della band questa volta ha lo sguardo volto in direzione dell’America, in particolare al funk e alla Motown. I suoni si fanno meno distorti, il cantante, Bob Tench, dona ai brani un sapore soul e il piano del leggendario Nicky Hopkins accompagna i brani. Non mancano momenti molto interessanti, in particolare alcuni brani in cui Beck disegna trame sonore spettacolari attraverso l’uso magistrale dello slide sulla chitarra.

Anche questa parentesi, però è destinata a chiudersi. Una mancanza di direzione, disorganizzazione interna, contrasti con il management e disillusione portano Beck a sciogliere la band e a riconsiderare la possibilità, un tempo accarezzata ma per forza di cose accantonata, di formare una band con due esponenti provenienti niente di meno che dai Vanilla Fudge, una band americana vagamente progressive molto famosa alla fine degli anni ’60 e che Beck teneva in enorme considerazione.

E così nel 1973 nascono i Beck, Bogert & Appice. Carmine Appice, batteria e voce, e Tim Bogert, basso e voce, sono due musicisti molto preparati tecnicamente e dotati di uno stile molto potente. Tutto ciò si concretizza nel primo, e unico, lavoro in studio del trio, l’album omonimo BECK, BOGERT & APPICE (1973). Il disco si compone di 9 tracce il cui comun denominatore sembra essere il ritorno ad un rock ad alto volume, dominato dalla distorsione e da brani immediati. La produzione del disco, però, non riesce ad essere all’altezza del sound hard ricercato dalla band, rivelandosi piatta, sterile e debole. Ci penserà, tuttavia, il successivo album dal vivo registrato durante il tour giapponese a rendere giustizia della potenza di fuoco di questo trio. BECK, BOGERT & APPICE LIVE IN JAPAN (1974) ci restituisce una band potente, compatta e impetuosa. Un muro di suono travolgente, in cui ogni musicista spicca per la sua bravura.
La chitarra di Beck, che per l’occasione sfodera la Gibson Les Paul Oxblood, spinge imperterrita, muovendosi su territori hard rock con assoli ispirati, passionali, distorti, da far impallidire altri gruppi heavy rock del tempo. Tuttavia, anche questa formazione dura lo spazio di un disco in studio e uno dal vivo per poi smembrarsi tra dissapori e contrasti interni molto forti. Lo stesso Beck, ad oggi, non serba ottimi ricordi di questa esperienza.