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Nuovissimo libro del Maestro Fabio Mariani dedicato all’improvvisazione. Anche questo libro fa parte di una collana e di un percorso didattico ormai collaudato da tanti anni durante le lezioni al conservatorio dove Mariani insegna. Improvvisazione per chitarra ora disponibile su Amazon.

Il primo volume dedicato all’improvvisazione vuole spiegare i concetti essenziali e parte da una premessa che farà da guida a tutto il libro “Improvvisazione e Composizione sono sinonimi. La differenza la fa il tempo a disposizione per elaborare una idea”.

Partendo da questo presupposto Mariani comincia spiegando e facendo degli esempi sulle note target, questo libro a differenza degli altri (Corso Professionale) è più ricco di descrizioni, e sono di sicuro un aiuto per chi è alle prime armi su questi argomenti. Le note target ci porteranno dalle triadi agli arpeggi di settima passando per quello che Mariani definisce disordine melodico e ritmico per creare movimento nelle linee melodiche. Sono tanti gli esempi che vengono proposti per spiegare questo concetto importante.

La parte veramente interessante di questo libro, ma anche degli altri, è che ogni argomento è progressivo e accompagna, chi vuole studiare, con un concetto alla volta dando il tempo necessario di metabolizzare l’informazione e soprattutto di vedere una sequenzialità alle informazioni così da avere un nesso logico a tutto. Non è una cosa così scontata, avere un libro da studiare con concetti ordinati sequenzialmente è assolutamente necessario indispensabile.

Si prosegue con l’approccio cromatico e diatonico che rappresenta un passo avanti rispetto a quanto studiato prima. Una volta affrontati questi aspetti si passa alle cadenze che trasformeranno lo studio in musica e che porterà lo studente a sentire musicale tutto ciò che prima era stato un semplice studio… è anche questa la magia della musica e dello studio!

L’ultima parte definisce lo studio con le forme degli accordi da utilizzare nell’area in cui si suona e questo va a completare il primo volume che sicuramente prenderà molto tempo per acquisire questi concetti che dovranno essere spontanei nel musicista e ritornando alla frase iniziale di Mariani “La differenza la fa il tempo a disposizione per elaborare una idea”. Più si studia, più i concetti vengono assorbiti da noi stessi e dalle nostre mani che sapranno rapidamente tradurre le nostre idee musicali.

In conclusione questo nuovo volume è sicuramente consigliato per chi ama il Jazz ma non solo, infatti note target, (note cordali o note forti al cambio degli accordi) sono concetti che vanno oltre lo stile! Mariani ci propone un ottimo libro ricco di esempi audio (210) e ideale per chi vuole approfondire la scelta delle note quando si improvvisa, non può mancare nella libreria di un chitarrista!

Disponibile nelle librerie e su Amazon.

La bellezza può essere aggressiva? Certamente, e succede proprio quando prepotentemente ti trascina via con la mente e con il cuore. Dove vuole lei.

Se vogliamo parlare di aggressività estetica, nella disciplina pittorica, possiamo farlo parlando del barocco; una corrente che per tecnica e soggetti ne rispecchia fortemente i tratti. Allo stesso tempo possiamo anche parlare di musica e molti album di virtuosismi chitarristici.

Luca Giordano, pittore seicentesco e Jason Becker, virtuoso chitarrista dell’epoca contemporanea. Si potrebbe definire un’accoppiata improbabile, eppure la mia esperienza di pittore figurativo, ma anche la mia grande passione per i virtuosi della sei corde potrebbe aprire la porta un a un punto di vista diverso. Un “trait d’union” fra i due personaggi. Quello che rende il tutto effettivamente improbabile da concepire potrebbe essere, in primis, una discrepanza temporale.

Se consideriamo il barocco una manifestazione artistica lontana secoli dall’invenzione della prima chitarra elettrica, ma, soprattutto, che la musica barocca poco potrebbe spartire con il Rock di oggi o di ieri. Per gli addetti ai lavori della musica questo può risuonare come un’ovvia constatazione, ma effettivamente a cavallo degli anni ottanta si sono distinte grandi personalità della musica che hanno attinto la loro creatività proprio dalla musica di un passato più o meno lontano nei secoli. Quello che rende il tutto ancora più visionario e fantasioso è l’idea che un pittore del seicento non avrebbe mai potuto lasciarsi trasportare con la fantasia da sequenze di note musicali composte 400 anni dopo.

Sarà una pura casualità, ma uno fra i miei album preferiti, Perpetual Burn, di Jason Becker ha il potere di evocare alla mia memoria immagini di opere osservate e studiate particolarmente impressionanti. Mi riferisco, per esempio, alla grande tela custodita a Vienna nel Kunsthistorisches Museum, la caduta degli angeli ribelli di Luca Giordano. Il pittore barocco ha magistralmente rappresentato con elevato senso estetico scene di un determinato peso morale, in cui la vita e la morte si fondono in un evento scenico fatto di estasi di beatitudine, glorie paradisiache, ma anche di grida di dolore e perdizione nell’oscurità. Scene di una bellezza aggressiva e travolgente.

È stato proprio Perpetual Burn di Jason Becker a fare da colonna sonora ad ogni fase di pittura quando ho dipinto il dettaglio dell’Arcangelo Michele tratto dalla grande tela di Giordano.

Resta incredibile quanto si evincano le intenzioni spontanee di due artisti cosi distanti fra loro di voler far vivere a un pubblico un esperienza di volo celestiale, ma anche di pericolo, di caduta e di lotta.

Molti fraseggi melodici hanno la capacità di evocare nuvole dorate, che si gonfiano ad ogni sweep preparando il campo di battaglia fra due eserciti. Ritmiche di una pesantezza quasi bellica lasciano immaginare lo scontro tra le due forze opposte e la grande caduta del male e dei suoi seguaci con il grande trionfo del bene. le sfumature di luce degli incarnati contorti vibrano sulla tela come corde tirate su al ventiduesimo tasto. In questa grande esperienza artistica ci accorgiamo di quanto la bellezza aggressiva delle due discipline artistiche comunichi tra plettrate e pennellate.

A distanza di quasi quattrocento anni possiamo essere trascinati dalla creatività di due personaggi, fra loro sconosciuti, ma mossi da un fuoco comune, una fiamma che brucia perpetua, come la lotta tra il bene e il male.

La fiamma dell’arte.

Oggi siamo in compagnia con un gigante della musica Jazz in Italia, di sicuro non ha bisogno di presentazioni e siamo lieti di poterlo conoscere maggiormente: Umberto Fiorentino.

OnlineGuitar: Buongiorno Umberto grazie del tuo tempo! Ci vuoi raccontare cosa ti ha mosso ad iniziare a suonare la chitarra e quali studi hai affrontato negli anni?

UF: Ho iniziato per caso, complice un pomeriggio di noia passato tanti anni fa con alcuni miei amici. Qualcuno, non ricordo chi, ha proposto di fare un “complesso”, all’epoca i gruppi si chiamavano così. Nessuno di noi suonava, ciascuno ha scelto quale strumento suonare, io avrei voluto l’organo elettrico, ma a casa mi hanno risposto che non se ne parlava. Ho ripiegato sulla chitarra, una classica con le corde in metallo, undicimila lire nuova. Da lì è iniziato tutto il resto.

Passato un periodo a suonare canzoni e poi a provare a suonare Hard Rock ho cercato qualcuno che mi insegnasse qualcosa ma non sono riuscito a trovare nessuno. Le uniche due lezioni che ho mai preso furono di chitarra classica ma non ce l’ho fatta a proseguire, non era per me, almeno in quel momento. Ho studiato per conto mio dopo aver finito il liceo, avevo già iniziato ad ascoltare il jazz rock e qualcosa di Jazz più tradizionale. Frequentando altri miei coetanei con la mia stessa passione è stato più facile capire cosa fare. Più tardi, quando altri chiedevano di studiare con me, ho analizzato quello che facevo per poterlo trasmettere. È qualcosa che faccio ancora adesso.

OnlineGuitar: Oltre ad essere un grande musicista sei da anni impegnato nella didattica, cosa ne pensi oggi di chi vuole intraprendere un lavoro con la musica? Che studi deve fare e come? E che possibilità ci sono oggi per un musicista di emergere sia nella vita reale che nel web? Ci sta talmente tanta offerta che sembra davvero difficile eppure i ragazzi che frequentano i conservatori o le scuole private sono ancora molti, che consigli ti senti di dare?

UF: Ora è tutto diverso, chiunque abbia voglia di imparare ha tutta la conoscenza a portata di mano, a casa sua davanti a un computer, con un maestro, una scuola o in un conservatorio. Se ci si affida a qualcuno bisogna avere la capacità di capire se può darti quello che ti aspetti. Senza però avere la presunzione di giudicare frettolosamente. A tutti i miei allievi consiglio comunque di mantenere uno spirito da autodidatta parallelamente a quello che deve avere un buon allievo.

Per quanto riguarda il lavoro in questo momento non è facile dare consigli, la situazione economica e culturale del nostro paese la conosciamo. Ma non sarà sempre così. Se si ha una forte passione bisogna fare quello che si ama senza fare troppi calcoli. È una scommessa. Come quella che porta a fare una scelta diversa. Il chitarrista o l’avvocato, il commerciante o l’imprenditore non sono strade che ti assicurano oggi una riuscita sicura. Se ci metti tutto te stesso hai delle possibilità in più. L’unica cosa da fare è impegnarsi al massimo per diventare forte, e capire strada facendo se davvero sei portato per quella strada. Restando alla musica lo studio non dovrebbe essere una fatica ma una necessità dell’anima, un bisogno insopprimibile.

OnlineGuitar: Studiare è sicuramente un aspetto molto importante della chitarra ma poi alla fine come fa un ragazzo a trasformare il suo potenziale in musica? Che qualità e/o sensibilità si deve avere oggi per essere un musicista?

UF: I musicisti che conosco che hanno saputo affermarsi economicamente sfruttando il proprio talento musicale non sono molti. Mi riferisco a chi con la musica ha fatto molti soldi. Tutti loro hanno qualità imprenditoriali e alcune volte addirittura politiche, cose dalle quali sono stato sempre molto lontano.
Chi ha queste capacità e suona bene non trova difficoltà. Anche in mancanza di questo bisogna però darsi da fare, uscire, andare ad ascoltare gli altri, essere gentili e corretti; la musica è stare insieme. Nessuno vuole lavorare con uno stronzo vicino.

OnlineGuitar: Quali sono i progetti a cui stai lavorando in questo momento? Hai novità in uscita?
UF: Nessun progetto e tutti i progetti. Prima o poi andrò a registrare qualcosa a mio nome, anche se lo dico sempre e non lo faccio da anni.

OnlineGuitar: Il tuo modo di suonare richiede un suono particolare della chitarra, da cosa è composto? Come ce lo descriveresti a parole?

UF: Credo di essere in buona compagnia: cerco il suono che ho in testa, e più o meno riesco a ottenerlo con una strumentazione di volta in volta diversa. Ciò non toglie che se posso scegliere suonerò con la tale chitarra e con quelle corde e con quel plettro, con l’amplificatore al quale hai cambiato le valvole con quelle che dico io, con i pedali che andranno regolati in quel modo etc etc. Sono maniacale e patologico in questo, ma so che non è quello che mi fa a tirare fuori il suono che cerco. Può solo aiutarmi ad avvicinarmici.

OnlineGuitar: Dopo tanti anni passati ad ascoltare musica e a suonarla, cosa ti da ancora la carica e la spinta come la prima volta che hai imbracciato la tua sei corde?

UF: Non è come la prima volta. Certe volte non ne ho proprio voglia e non suono affatto per lunghi periodi, altre mi ci trovo dentro con una passione molto più forte rispetto al passato. Credo proprio che certe volte la musica comandi molto più di noi.

Grazie ancora del tuo tempo
A presto

Nel 2003 pubblica l’ultimo tassello della ‘trilogia elettronica’: JEFF. È un album che si distingue dai due precedenti per l’uso quasi estremo dell’elettronica, ricorrendo con più frequenza alla drum’n’bass e a ritmi ossessivi. Trattandosi di Jeff, però, non mancano momenti di pura poesia e di introspezione, come nel brano ‘Bulgaria’, in cui la chitarra è accompagnata dall’orchestra.

Dopo diversi album in studio, e a distanza di 31 anni, viene pubblicato il secondo live album ufficiale di Jeff Beck: LIVE AT RONNIE SCOTT’S JAZZ CLUB (2008). Il disco riscuote immediatamente successo sia di vendite che di critica e, al contempo, rappresenta un ritorno alla ribalta in grande stile per il nostro guitar hero. La scaletta è ricca e ripercorre in lungo e in largo la carriera solista di Beck. La band che lo accompagna è composta da eccellenze quali Vinnie Colaiuta alla batteria, Jason Rebello alle tastiere e una giovane nuova promessa al basso, Tal Wiekenfeld. Non mancano ospiti sul palco tra cui, su tutti, l’amico Eric Clapton.

Nel 2010 Beck pubblica il suo primo album in studio dopo sette anni, intitolato EMOTION & COMMOTION. Abbandonati loop, suoni elettronici e distorsioni acide, Beck ci regala un album molto rilassato, intenso, dominato dagli arrangiamenti orchestrali e dalla presenza di alcune vocalist femminili, Joss Stone, Imelda May e Olivia Safe. Nel disco Beck rivisita un paio di brani di Jeff Buckley ma, soprattutto, ci regala due interpretazioni strumentali da brivido: ‘Over The Rainbow’ e il ‘Nessun Dorma’ di Puccini. L’album coincide anche con il cambio di management e con l’inizio, potremmo dire, di una nuova vita artistica di Jeff Beck.

Seguono, infatti, diversi tour di successo, premiazioni e riconoscimenti alla carriera, l’ammissione alla Rock’n’Roll Hall of Fame, nuovi live album, LIVE+ (2015) e LIVE AT HOLLYWOOD BOWL (2017) e un nuovo e, per ora, ultimo disco in studio, LOUD HAILER (2016), che vede la collaborazione di due giovani musiciste, una chitarrista e una cantante, e un sound sempre fresco e moderno.

Jeff Beck è un musicista che ha innovato radicalmente il senso e l’uso della chitarra elettrica attraverso il testardo e appassionato perseguimento di un unico obiettivo: la musica. Ha attraversato i generi musicali, abbattendone i confini e ridefinendone i linguaggi, con la stessa attitudine alla scoperta che muove un navigatore alla ricerca di nuovi mondi. Ha sviluppato una tecnica personale originale e inarrivabile, frutto di continue ricerche e della voglia di oltrepassare i limiti fisici dello strumento, sfidando l’uso convenzionale dello strumento e non smettendo mai di cercare, di mutare, di evolversi, anche al prezzo di una minore celebrità. E tuttavia, non è da tutti chitarristi dediti alla musica strumentale essere definiti Guitarists’ Guitarist e avere il proprio nome nella Rock’n’Roll Hall of Fame.

Il punto di svolta nella carriera di Beck è alle porte. Stanco delle sonorità rock tradizionali e sempre più immerso e affascinato dalla fusion di gruppi come la Mahvishnu Orchestra del famoso chitarrista John McLaughlin, Jeff Beck entra negli AIR Studios e con il tocco sapiente alla produzione di George Martin, già all’opera in passato con i Beatles, il chitarrista inglese sforna un disco che si rivelerà non solo il suo primo album di successo, ma anche un punto di riferimento fondamentale per gli amanti degli album di chitarra strumentali.

Il disco si intitola BLOW BY BLOW (1975) e vola subito in classifica al quarto posto. I brani si susseguono senza interruzioni, come a comporre un’unica traccia, finché non si giunge al capolavoro vero e proprio: ‘Cause We’ve Ended As Lovers’. Il brano è accreditato a Stevie Wonder, ma reinterpretato dalla sensibilità di Beck raggiunge un livello di intensità unico. Un affresco di emozioni che solo un musicista come Beck avrebbe potuto ricreare a quei livelli sulla chitarra. Non è un caso che, ad oggi, il brano sia sempre presente nelle scalette live di Beck e, allo stesso tempo, sia una delle cover più eseguite dai chitarristi di tutto il mondo Per l’occasione il nostro utilizza una Fender Telecaster con al ponte un primo prototipo di pick up Seymour Duncan JB, appositamente montato sulla chitarra dal noto costruttore in persona.

Segue alla pubblicazione del disco un lungo tour proprio di spalla alla Mahavishnu Orchestra, stringendo, così, un’amicizia con il suo leader, John McLaughlin, che dura fino ai giorni nostri. Non c’è tempo per fermarsi, però. Beck, forte del successo di vendite di Blow By Blow, torna in studio, questa volta coadiuvato dall’ex-tastierista della Mahavishnu, Jan Hammer, e sforna WIRED (1976), un lavoro che procede nel solco della fusion tracciato dal suo predecessore. Questa volta, però, i suoni si fanno più elettrici, con l’iniziale assalto sonoro di ‘Led Boots’ a dare avvio al disco.


 

Da segnalare, in particolare, l’interpretazione originale e magistrale di un classico del jazz, ‘Goodbye Porkie Pie Hat’, di cui dà prova Beck e che è indicativa della grandezza del musicista in questione. Il brano è un capolavoro di uso combinato di leva, armonici, tocco e sfumature ottenute con un uso sapiente della manopola del volume della chitarra. Il brano è un manifesto di quello stile che ha reso il nostro chitarrista così famoso. Segue un tour insieme alla Jan Hammer Band dal quale viene tratto l’album dal vivo JEFF BECK WITH THE JAN HAMMER GROUP LIVE (1977).

Cavallo che vince non si cambia, per cui, proseguendo su coordinate che rimandano alla fusion, Beck pubblica THERE & BECK (1980). È il disco che segna l’inizio della sua fruttuosa collaborazione con il tastierista/compositore Tony Hymas, che firma cinque brani dell’album, e vede ancora la presenza di Jan Hammer sia come esecutore che come compositore. Siamo di fronte ad un ennesimo disco di pregiato jazz-rock, con incursioni nel funk, nell’hard rock, nella musica sinfonica, impreziosito da due brani diventati ormai dei veri e propri classici del repertorio di Beck: la rockeggiante‘Star Cycle’, con il suo intro al sintetizzatore, e la sognante ‘The Pump’. A mio parere, BLOW BY BLOW, WIRED e THERE & BECK compongono la cosiddetta ‘trilogia fusion’ di Jeff Beck e sono tre MUST, non solo per chi voglia conoscere la sua musica, ma anche, e più in generale, per coloro che amano le sonorità jazz-rock o fusion.

Con l’arrivo degli anni ’80 Beck entra in una fase della sua carriera caratterizzata da scarsa ispirazione e mancanza di stimoli. Come lui stesso dirà in seguito, questo periodo ha rappresentato una parentesi poco creativa nella sua vita artistica, preferendo dedicarsi a collaborazioni, forse anche ben più remunerative, con varie star della musica rock e pop (Mick Jagger, Tina Turner, Rod Stewart, Diana Ross) piuttosto che impegnarsi prevalentemente nell’attività solista. Tuttavia, nel 1985 pubblica FLASH, un disco ricco di sonorità pop in linea con il tempo, caratterizzato dall’ampio uso di batterie campionate, di suoni sintetici e con la presenza di brani cantati con l’obiettivo di conquistare una fetta di pubblico più ampia. Il disco vede anche il ritorno alla collaborazione tra Beck e Rod Stewart, che canta su ‘People Get Ready’, e il cui video frutta ampia visibilità al nome di Beck su MTV. Vorrei segnalare in particolare il brano posto in apertura dell’album, Gets Us All In The End, per un paio di soli che Beck esegue al fulmicotone, veloci, con ampio utilizzo di tapping, leva e distorsione che non sfigurerebbero affatto affianco ai soli di noti chitarristi metal.

Terminata la ‘parentesi MTV’, con gioia di Beck, il nostro torna in studio e sforna uno dei suoi dischi più belli e, a mio parere ma non solo, tra i più importanti per il mondo della chitarra elettrica: GUITAR SHOP (1989). Si avvale della collaborazione di Tony Hymas, tastiere, e dell’ex-Frank Zappa alla batteria, Terry Bozzio. Il risultato è un disco strumentale molto variegato, con brani che spaziano dall’hard rock al funky, passando per il blues, il reggae, le ballad e tanto altro. Insomma, fusion nel senso letterale del termine. L’album è un concentrato di maestria sugli strumenti e di virtuosismo sempre al servizio della musica. In questo disco Beck sembra dare una lezione di chitarra a tutti, senza risparmiarsi ed esaltando sempre al meglio il suo talento.

Ogni brano sembra rappresentare la summa di tutto il suo percorso sperimentale compiuto sulla chitarra fino ad allora. Non c’è traccia riempitiva, non ci sono assoli ridondanti né linee melodiche deboli. Dovrei citare ogni brano del disco ma mi limiterò a quella che reputo, e non credo a torto, come l’Apice del Genio di Jeff Beck sulla chitarra: Where Were You. 3:22 di pura magia, di note che sembrano provenire da un Altrove indefinito, da una dimensione ultraterrena in cui la realtà concreta tende a rarefarsi per lasciare spazio solo alle emozioni, quelle più inaccessibili alla coscienza. Da un punto di vista tecnico siamo di fronte ad un capolavoro di uso magistrale di armonici artificiali, sfumature in crescendo di volume sulla chitarra, leva e dita, il tutto ottenuto in maniera combinata. È anche il disco che segna l’abbandono definitivo del plettro da parte di Beck. Non penso di esprimere un parere azzardato se dico che GUITAR SHOP è il disco che rappresenta la vetta della maturazione dello stile di Jeff Beck. Da qui in poi, sarà solo un continuo miglioramento e affinamento di questo stile così unico e originale, fatto di tocco, gusto, senso della dinamica, uso magistrale di armonici e leva, impiego sapiente della manopola del volume e una tecnica incredibile nell’uso delle dita della mano destra.

Con l’inizio degli anni ’90, la carriera solista di Beck entra in una fase di stallo che terminerà solo con la pubblicazione di WHO ELSE nel 1998. Dopo nove anni di silenzio, interrotti solo da varie collaborazioni con altri nomi famosi del panorama mondiale della musica, dalla pubblicazione nel 1993 di un album tributo a Cliff Gallup, CRAZY LEGS, e dalla sua attività live, Beck torna sulle scene con un lavoro, come al solito, innovativo e sperimentale, in cui la sua chitarra nervosa, ironica, sentimentale si incontra con l’elettronica e con la drum’n’bass. È un disco che traccia un percorso per la chitarra elettrica fresco e stimolante e che verrà immediatamente recepito dai lavori in studio di altri suoi illustri colleghi, tra tutti Joe Satriani, Gary Moore, Steve Vai.

WHO ELSE, come già il suo predecessore, offre una varietà di colori musicali incredibile, un melting pot di influenze, dalla musica rock a quella indiana, dal blues all’elettronica, dalla musica ambient a quella celtica. È un album che, a mio parere, non ha momenti di stanca. Su tutti segnalo il blues sensuale di ‘Brush With The Blues’, in cui il Maestro dà una lezione su come si possa suonare autenticamente blues senza rinunciare alla creatività tecnica, e ‘Angel (Footsteps), un vero capolavoro di surrealismo musicale in cui Jeff Beck dimostra di essere, ancora una volta, un Maestro nell’uso dello slide sulla chitarra.

WHO ELSE è il primo di una trilogia, che definirei ‘elettronica’, di album che si susseguono e che vanta, tra l’altro, la collaborazione di un’altra virtuosa delle sei corde, Jennifer Batten, presente anche nel disco successivo, YOU HAD IT COMING (2001). Questo lavoro prosegue sulla stessa scia del precedente, con ampio uso di suoni elettronici e campionati e una dose maggiore di aggressività. Non mancano, infatti, brani dai riff di chitarra molto distorti, cupi. È un disco moderno, che non rinuncia alla sperimentazione. L’album contiene un brano, ‘Nadia’, scritto da un musicista di origine indiana, re-interpretato magnificamente da Beck in chiave strumentale. Ancora una volta, l’uso combinato di slide, leva, armonici, dita della mano destra e volume della chitarra si rivela straordinario, riuscendo a richiamare quelle sfumature tonali e timbriche che solo una voce umana è in grado di dare.

Il nome di Beck salta fuori (quasi) sempre ogni qualvolta si parla anche di un altro grande della chitarra: Eric Clapton, anche lui ex-Yardbirds. Anzi, è proprio dalla sua dipartita dalla band in questione che inizia la vera e propria carriera professionale di Beck nel mondo della musica. Siamo nel 1965, la Swinging London impazza, i 45 giri pop scalano le classifiche, i Beatles e i Rolling Stones sono delle celebrità intoccabili e gli Yardbirds, smessi i panni dei ragazzi che suonano R&B, cominciano ad assaporare il successo pop con il singolo ‘For Your Love’. Tuttavia, il loro chitarrista, irrequieto ma il cui nome è già sulla bocca di tutti a Londra, e non solo, medita di lasciare la band. Eric Clapton decide di mollare il gruppo, attratto più dalle sirene del rock-blues alla corte di John Mayall che dal pop psichedelico della sua band di provenienza. Fuori Eric, dentro Jeff. Ma Jeff non vuole, e non può, essere Eric. E così impone il suo stile alla band, caratterizzato da una maggiore aggressività e da una voglia compulsiva di cambiare gli schemi.

È proprio durante il periodo trascorso negli Yardbirds, infatti, che Jeff Beck comincia a sperimentare un approccio allo strumento che, attraverso lo sfruttamento massiccio dei limiti della (scarsa) tecnologia dell’epoca, gli permette di ottenere nuove sonorità che sfidano gli schemi convenzionali musicali delle pop band dell’epoca. Fuzz, feedback, accordature alternative, entrano, così, a far parte dell’arsenale da guerra di Beck. Il tutto condito dalla giusta dose di aggressività in sede live che si traduce in maltrattamenti di amplificatori e chitarre. Tra l’altro, la rabbia e la furia distruttiva sono due aspetti che sembrano accomunare alcuni chitarristi inglesi dell’epoca. Si pensi a Pete Townshend degli Who e alle Rickenbecker conficcate impietosamente nei cabinet Marshall o violentemente fracassate sul palco. Tuttavia, se Townshend si abbandona a devastazioni di palchi e strumentazione per dare libero sfogo ai propri malesseri esistenziali, anticipando di un decennio l’atteggiamento nichilista del Punk, quella di Jeff Beck negli Yardbirds, invece, è un’aggressività che ha come fine, soprattutto, quello di generare nuove alternative sonore attraverso l’uso, e l’abuso dovremmo aggiungere, della strumentazione. Tutte sperimentazioni di cui, nel frattempo, ‘uno ancora sconosciuto’, ma che di lì a breve avrebbe cambiato il corso della chitarra per sempre, prendeva nota nella sua gavetta in America.

Terminata l’esperienza negli Yardbirds, e con l’affermarsi di band seminali come i Cream e la Jimi Hendrix Experience, anche Beck decide che è ora di perseguire la sua visione musicale e di affermarsi come chitarrista solista al pari dei suoi colleghi. Nasce il Jeff Beck Group, una formazione di cui è leader e nella quale percorre le strade del rock insieme a musicisti del calibro di Ron Wood, al basso e futuro membro dei Rolling Stones, e Rod Stewart alla voce. I primi due dischi della band, TRUTH (1968) e BECK-OLA (1969) vengono, a ragione, considerati dalla critica musicale come i due dischi che hanno gettato le fondamenta dell’heavy metal. Si tratta di due lavori che, partendo dal blues e dalla psichedelia, definiscono le coordinate di quello che sarò poi l’hard rock: suoni distorti, soli di chitarra lancinanti, riff taglienti e percussivi, un cantato graffiato e urlato e un drumming più impetuoso. Il tutto, però, miscelato a stile e a gusto. Una precisazione: lo stile dei due dischi in questione di sicuro non sarebbe considerato hard per i livelli di oggi. Ma non dimentichiamo che nel 1968 suonare una Les Paul collegata ad una testata Marshall Super Lead da 100w crunchata e spinta da un fuzz o un treble-booster significava essere metal in confronto ai suoni puliti delle chitarre dei Beatles e degli Stones.

Ora, senza scadere in sterili quanto inutili e lunghe diatribe per stabilire la paternità di un genere, è, altresì, doveroso ricordare che già i Cream di Clapton, Bruce e Baker avevano conferito al blues un sound più distorto prima del Jeff Beck Group. E di sicuro Beck ne aveva, volente o nolente, preso nota. Tuttavia, quello che mancava ai Cream per poterli definire hard rock e che invece possedeva il Jeff Beck Group era lo stile più aggressivo e impetuoso della musica. Più precisamente, il suono distorto dei Cream era conseguenza più dei volumi enormi sprigionati dai nuovi ampli prodotti da Jim Marshall che il cosciente e perseguito obiettivo di diventare hard rock. Non è un caso che molte band hard rock formatesi successivamente, pensiamo agli Aerosmith, citino i primi due dischi del Jeff Beck Group come fonte di ispirazione.

Dissapori interni alla band e disorganizzazione generale, però, portano all’abbandono del gruppo da parte di Stewart e di Wood, i quali formeranno, poi, i The Faces.

Beck va avanti e dà vita ad una nuova formazione, della quale fa parte un nome importante della storia del rock, Cozy Powell, batterista che, nel corso della sua carriera, collaborerà con nomi importanti (Rainbow, Black Sabbath, Malmsteen, Brian May, Whitesnake). Pubblica due album: ROUGH & READY (1971) e THE JEFF BECK ALBUM (1972). Lontane sono le sonorità hard rock dei primi due dischi. Il ‘nuovo’ sound della band questa volta ha lo sguardo volto in direzione dell’America, in particolare al funk e alla Motown. I suoni si fanno meno distorti, il cantante, Bob Tench, dona ai brani un sapore soul e il piano del leggendario Nicky Hopkins accompagna i brani. Non mancano momenti molto interessanti, in particolare alcuni brani in cui Beck disegna trame sonore spettacolari attraverso l’uso magistrale dello slide sulla chitarra.

Anche questa parentesi, però è destinata a chiudersi. Una mancanza di direzione, disorganizzazione interna, contrasti con il management e disillusione portano Beck a sciogliere la band e a riconsiderare la possibilità, un tempo accarezzata ma per forza di cose accantonata, di formare una band con due esponenti provenienti niente di meno che dai Vanilla Fudge, una band americana vagamente progressive molto famosa alla fine degli anni ’60 e che Beck teneva in enorme considerazione.

E così nel 1973 nascono i Beck, Bogert & Appice. Carmine Appice, batteria e voce, e Tim Bogert, basso e voce, sono due musicisti molto preparati tecnicamente e dotati di uno stile molto potente. Tutto ciò si concretizza nel primo, e unico, lavoro in studio del trio, l’album omonimo BECK, BOGERT & APPICE (1973). Il disco si compone di 9 tracce il cui comun denominatore sembra essere il ritorno ad un rock ad alto volume, dominato dalla distorsione e da brani immediati. La produzione del disco, però, non riesce ad essere all’altezza del sound hard ricercato dalla band, rivelandosi piatta, sterile e debole. Ci penserà, tuttavia, il successivo album dal vivo registrato durante il tour giapponese a rendere giustizia della potenza di fuoco di questo trio. BECK, BOGERT & APPICE LIVE IN JAPAN (1974) ci restituisce una band potente, compatta e impetuosa. Un muro di suono travolgente, in cui ogni musicista spicca per la sua bravura.
La chitarra di Beck, che per l’occasione sfodera la Gibson Les Paul Oxblood, spinge imperterrita, muovendosi su territori hard rock con assoli ispirati, passionali, distorti, da far impallidire altri gruppi heavy rock del tempo. Tuttavia, anche questa formazione dura lo spazio di un disco in studio e uno dal vivo per poi smembrarsi tra dissapori e contrasti interni molto forti. Lo stesso Beck, ad oggi, non serba ottimi ricordi di questa esperienza.

Un altro potenziale progenitore della chitarra è il liuto, gi à prodotto dal X secolo con una tecnica particolare, la piegatura delle tavole a vapore. Oggi si usa mettere le fasce a bagno. Interessante notare che la stessa tecnica di utilizzo del vapore, o più propriamente del calore prodotto da una fiamma, viene ancora oggi utilizzata per piegare le assi di legno nella costruzione della gondola Veneziana.
Il nome deriverebbe dall’Arabo عُود‎ (al-ʿūd, “legno”), ed infatti fu introdotto in Europa dagli Arabi stessi durante il medioevo, quando estesero il loro dominio sulla Sicilia e la Spagna. Da cui, oltre al vocabolo liuto, derivano luth in Francese, laúd in Spagnolo, laute in Tedesco e лютня (liutnja) in Russo.
Divenne uno degli strumenti simbolo del Rinascimento, creando la colonna sonora per tutte le corti Europee.
La cassa armonica è arrotondata, in origine era composta da un unico pezzo di legno, in seguito da sottili assi curvate mediante il vapore, a dare la caratteristica forma allo strumento. La paletta era piegata all’indietro rispetto al manico, spesso ad angolo retto. Il rosone era molto ornato, anche se in alcuni modelli la buca non presentava alcuna copertura. La parte anteriore della tavola armonica era solitamente costruita da un unico pezzo di legno di pino, ed era molto sottile, circa 2mm, fatto straordinario per l’epoca. Non sorprenderà quindi che non ci sono pervenuti liuti precedenti il 1500, vista la fragilità di questo strumento. Si comincia a vedere l’uso di catene e rinforzi interni, che rafforzano lo strumento e ne migliorano la qualità del suono. Queste strutture di fatto dividono la cassa armonica in zone separate e più piccole. Ciò aumenta la frequenza della risonanza permettendo di esprimere maggiormente le frequenze armoniche delle note suonate. Questa caratteristica è ancora presente nella chitarra classica ed acustica. Quindi il liuto si rafforzò, il suono divenne più dolce e più potente, permettendo allo strumento di accompagnare altri strumenti senza esserne sopraffatto.
Il liuto veniva originariamente suonato con un plettro, anche se gradualmente i musicisti preferirono usare le dita, il che conferiva una maggiore fluidità all’esecuzione. Il liuto raggiunse l’apice nel Rinascimento, in particolare in Francia e Germania, dove la sua popolarità continuò fino al XVIII secolo. In Italia e Spagna, d’altra parte, la chitarra ebbe gradualmente il sopravvento.


Probabilmente una delle più famose raffigurazioni del liuto, in un dipinto di Caravaggio della fine del 1500.
Il ragazzo sembra accompagnare la musica con un madrigale. Lo strumento ha sei corde doppie e si nota l’assenza del plettro.

Man mano che la tecnica progrediva, la popolarità del liuto venne sorpassata, nella Spagna del XV secolo, dalla vihuela. Le notizie più antiche di questo strumento risalgono al XIII secolo, ma già nel XV secolo le sue caratteristiche sono quelle di una vera e propria proto-chitarra. Intanto era più grande del liuto, ma con un corpo non così profondo come la chitarra moderna. Le curve dei “fianchi” sono appena accennate, la paletta ha un angolo di gran lunga minore di qualla del liuto. La tastiera aveva 10 tasti, che potevano essere spostati in base alle esigenze della tonitalità voluta.

La vilhula raggiunse l’apice della popolarità a metà del XVI secolo, ma alla fine del secolo venne completamente sostituita dalla chitarra. Tuttavia, non tutti furono felici di ciò, come dimostrano le affermazioni di un certo Sebastian Orosco, che, scrivendo alla fine del XVI secolo, disse: “…da quando fu inventata la chitarra, sono pochi coloro che studiano la vihuela. È una grande perdita perché…la chitarra non è altro che un campanaccio da mucche, facilissima da suonare, specialmente se plettrata (invece dell’uso del finger-picking, n.d.r), tanto che non ci sia un garzone di bottega che non la sappia suonare.” Queste parole potrebbero richiamare alla mente le capacità tecniche del punk negli anni ’70.
È ovvio che le prime chitarre erano fortemente influenzate nella forma dal liuto e dalla vihuela, sebbene si tratti di uno strumento del tutto nuovo. Era conosciuto come chitarra a quattro coppie, cioè con quattro coppie di corde. Era curva sui fianchi, le parti posteriori laterali erano piatte, ed era dotata di un manico a tasti. La primissima menzione a noi rimasta risale al 1487, dove un tal Johannes Tinctoris afferma che fu inventata dai Catalani, cioè Spagnoli del nord est. La differenza più evidente è nella taglia, più piccola della chitarra moderna. Inoltre aveva un rosone a chiudere il foro della cassa armonica; il numero dei tasti variava secondo le esigenze, dato che i tasti potevano essere legati e spostati intorno al manico.
A partire dal 1600 inoltre, le chitarre erano decorate oltre ogni misura, fino ad arrivare ad utilizzare addirittura la corazza di tartaruga ed avorio. Francia, Germania ed Italia erano all’avanguardia nella produzione di chitarre, anche se le chitarre create da Antonio Stradivari erano note per la loro più sobria eleganza.


Famiglia Voboam , Germania, fine XVII secolo.


Chitarra Stradivari, Italia, 1688

In questo momento storico, vale a dire alla fine del ‘600 inizio ‘700, le tecniche che riconosceremmo come moderne erano già in voga. Fino a quel momento, la chitarra veniva suonata con tecniche usate per il liuto e la vihuela, ad esempio appoggiare il dito mignolo sul ponte o sulla cassa armonica, mentre le corde venivano pizzicate con il pollice, l’indice e il medio. Siccome la chitarra era più grande, adesso il braccio posava sul corpo della chitarra e la mano destra era libera di “fluttuare” sopra le corde. In tal modo, aumentava il potenziale per cui se si pizzicavano le corde vicino al ponte, si otteneva un suono più squillante e metallico, mentre più vicino al foro, si otteneva un suono più morbido e caldo. Tuttavia, la chitarra veniva ancora suonata in modo plettrato, cioè pizzicando più corde contemporaneamente a formare accordi, per cui non era ancora considerata uno strumento solista. Ciò non limitava la sua popolarità, e anzi ne spiega il grande successo nelle corti Europee, giacché poteva essere suonata a buoni livelli anche da monarchi con poco tempo a disposizione per fare pratica in quanto impegnati in affari di stato.
Tra i primi chitarristi ad ottenere un riconoscimento internazionale ricordiamo Francesco Corbetta, vissuto nel 1600, il quale fu maestro di chitarra di Luigi XIV di Francia. Pubblicò anche un libro, La Guitare Royale, del 1674, con brani facili adatti ai potenti monarchi ma privi di talento e tempo da dedicare allo strumento. Diversi libri di insegnamento della chitarra vennero pubblicati nel 1600 in Francia ed Inghilterra. Man mano che si avvicinava il XIX secolo, l’ascesa di questo meraviglioso strumento era ormai inarrestabile.
È a quell’epoca che risale la forma che conosciamo, con sei corde e un foro aperto, e l’uso alternato delle dita e del plettro. La difusione della chitarra in Italia avvenne grazie a compagnie di attori itineranti, e in Francia, come abbiamo visto, a partire dalla corte di Luigi XIV. È alla fine del ‘700 che le corde doppie vengono sostituite da corde singole, e una corda del registro basso viene aggiunta. Nel ‘700 e nell’800 inoltre musicisti del calibro di Luigi Boccherini e Niccolò Paganini scrissero composizioni per chitarra solista, e, dopo un periodo di relativa oscurità nel corso del XIX secolo, la chitarra fu rilanciata da Andres Segovia nel XX secolo.


Nella Francia del XVIII secolo, la chitarra divenne uno degli strumenti più in voga anche tra le donne.
Jean-Marc Nattier, Ritratto di Mademoiselle de Beaujolais, 1731.
Notare in questo caso le cinque corde doppie, le decorazioni in guscio di tartaruga e la paletta con intarsi in avorio ed ebano.

Il dipinto di Éduard Manet, del 1860, mostra Il Cantante Spagnolo, circa un secolo prima del mancino di Seattle. Da notare una interessante curiosità: Manet si accorse, probabilmente in corso d’opera, di aver dipinto un mancino che suonava una chitarra per destri…

Jeff Beck è probabilmente il chitarrista sconosciuto più famoso al mondo o, se preferite, il chitarrista meno conosciuto più famoso al mondo. Insomma, è un ossimoro.

Una contraddizione in termini. Un contrasto intrinseco. Eppure, la realtà è essa stessa fatta di contrasti. Essa si alimenta di tali contraddizioni e ne fa una sintesi. Pensiamo alla notte e al giorno, al caldo e al freddo, al solido e al liquido. E tuttavia, anche se molto di quello che vediamo e percepiamo ci sembra lineare, scorrevole, facilmente identificabile, ad un’analisi più attenta, dietro le apparenze sensibili (ah, il famoso Velo di Maya!) convivono contrasti e antinomie. Siamo sempre lì: il vezzo dell’essere umano di dover identificare ed etichettare tutto con l’obiettivo di rendere la realtà facilmente riconoscibile ed inquadrabile in comode categorie pre-costituite. E così, tutto ciò che può rapidamente essere ricondotto all’interno di schemi diventa familiare e, dunque, facilmente assimilabile.

Piace immediatamente ciò che possiamo riconoscere, perché non comporta fatica e non mette in discussione le nostre certezze. Poi, però, ci sono dei fenomeni in natura, neanche troppo rari, difficilmente inquadrabili nelle categorie tradizionali con cui schematizziamo la realtà e che ci chiedono qualche sforzo in più per poterli decifrare. Oggetti o personaggi che a primo impatto ci lasciano spiazzati e spaesati. A questo punto, si hanno due tipi di reazioni: c’è chi si ritira nelle proprie certezze, senza cambiare mai. Oppure ci sono coloro che davanti a questo senso di ‘non-familiarità’ ne rimangono affascinati, irresistibilmente attratti e decidono di approfondire, di scoprire, certi della sensazione che ne usciranno completamente conquistati e modificati.

Questo è l’effetto che può fare l’approccio di Jeff Beck alla musica e alla chitarra ad un primo incontro. Ed è quello che spesso ho potuto riscontrare nelle risposte dell’ascoltatore medio di musica rock o del chitarrista rock tradizionale. Cito, ad esempio ”Sì, Jeff Beck l’ho sentito nominare spesso ma non ho mai ascoltato nulla” oppure, “Sì, ricordo una volta in cui un mio amico mi ha fatto ascoltare un brano, non ricordo quale, però, non sono riuscito ad identificare bene il suo stile….sai, l’ho trovato strano…..”. Forse alcuni di voi rimarranno sorpresi nel leggere questo tipo di risposte. Ebbene, accade più spesso di quanto si possa immaginare, soprattutto al livello di cultura musicale di massa, compresa quella di noi chitarristi.

In particolare, quanto sin qui detto acquista un senso se ti chiami Jeff Beck e sei un chitarrista dalle doti geniali e, tuttavia, non hai mai prodotto una hit rock vera e propria (a parte un singolo dal sapore beat, ‘Hi Ho Silver Lining’, pubblicato nella seconda metà degli anni ’60, famoso solo in patria e per una stagione ma senza essere mai diventato l’inno di una generazione o di un genere o di un’epoca) come gli altri tuoi illustri colleghi (si pensi a Stairway To Heaven dei Led Zeppelin, a Smoke On The Water dei Deep Purple o a Sunshine of Your Love dei Cream, e ad altre rock hits). Non hai mai scritto un riff di chitarra entrato di prepotenza nella storia del rock né hai mai inciso un solo di chitarra per un brano che avrebbe scalato le classifiche mondiali, anche se poi un po’ tutti i chitarristi si sono ispirati a te o hanno riciclato le tue intuizioni (Mr Page, ci sei?).

E poi, hai un carattere imprevedibile, irascibile, impulsivo, ribelle, incurante delle mode ma, al contrario, molto interessato ad esplorare le possibilità che questo oggetto dotato di sei corde può offrire una volta collegato ad un amplificatore. Insomma, sei motivato e spinto più dalle emozioni e dalla voglia di metterti musicalmente in gioco che dalle convenienze, dalle mode e dalla ben economicamente remunerativa prevedibilità musicale, che a tanti permette tutt’oggi di poter campare lautamente riproducendo la solita (bella) solfa da 40 anni. Non ami ripeterti musicalmente né campare di rendita. Sei mosso dal desiderio di crescere e di non piegarti ai dettami musicali e chitarristici dominanti. Sei per natura un bastian contrario e sei allergico a ogni forma di omologazione e di etichetta. Non ti piace assecondare troppo il pubblico. La tua specialità è rompere le regole, spiazzare l’ascoltatore, sorprenderlo per poi trasportarlo su coordinate sonore inedite, avventurose, capaci di cambiare la sua, e la tua ovviamente, percezione della chitarra. La tua natura è mutevole, incontentabile, curiosa e tormentata. Hai bisogno di esplorare nuovi spazi musicali, mutar pelle rimanendo al fondo sempre te stesso, immergerti in sonorità esotiche, nel senso etimologico del termine (qualcosa che proviene da fuori, straniero, non familiare) e fonderle con la tradizione della musica occidentale.

Nella tua visione artistica, la chitarra deve sfidare i suoi stessi limiti fino a tramutarsi in quella bacchetta magica che, nelle tue mani, riesce a creare suoni che sembrano provenire da un Altrove. Tu sei Jeff, e non puoi limitarti a suonare lo strumento in maniera convenzionale, devi andare Oltre: ogni nota deve recare in sé un significato che rimanda ad una Dimensione profonda, inaccessibile, e tu sei il Demiurgo che infonde vita a questo mondo di suoni e ne dirigi la direzione.

Ovviamente, per dare vita a tutto ciò non hai bisogno di chissà quali effetti o diavolerie digitali di ultima moda né di amplificatori ultra-prestanti e superdotati. No, no. Ti bastano una chitarra, preferibilmente una Fender Stratocaster, e un ampli valvolare ‘a palla’, come si suol dire, e la Magia è fatta. Sono le tue mani, soprattutto le dita della mano destra, infatti, il medium con cui ‘tiri fuori’ dal corpo della chitarra quei suoni e quelle emozioni. Proprio come fa un mago con il famoso cilindro. O, per rimanere con i piedi per terra, come fa un artigiano che con lo scalpello tira fuori l’anima dal marmo e la trasforma in una statua che sfiderà l’eternità.

Ecco chi è Jeff Beck, uno dei più grandi innovatori della chitarra elettrica, unanimemente acclamato e riconosciuto come uno dei più influenti chitarristi rock di sempre. Un musicista dalle doti geniali, capace di mutar pelle sonora più spesso di un serpente e di cambiare idea più velocemente del vento. Un ossimoro che tuttavia conserva un’identità; un’essenza mutevole e non etichettabile ma che tuttavia persiste nel proprio essere.

Eccolo Geoffrey Arnold “Jeff” Beck (Wallington, Inghilterra, 24 Giugno 1944), innamorato sin dall’infanzia delle macchine d’epoca (è anche un ottimo restauratore di hot rod) e del rock’n’roll di Gene Vincent & His Blue Caps e del loro chitarrista, Cliff Gallupp. Ne diventa ossessionato al punto da costruirsi una rudimentale chitarra con la quale emulare il suo idolo.

È da lui che apprende i primi fraseggi rock’n’roll, che più tardi rielaborerà nel proprio bagaglio personale di licks. E poi il blues, i tre King, BB, Albert, Freddie, e Robert Johnson e la sua musica del diavolo. I pomeriggi trascorsi con l’amico di quartiere Jimmy Page a tirare giù a orecchio riff, accordi e soli di chitarra dei loro idoli per poi vedere che effetto fa suonarli insieme a due chitarre nel salotto di casa mentre mamma Beck prepara il tè. Già, l’amico Page, quello con il quale condividerà la prima vera importante avventura musicale, gli Yardbirds, e la cui amicizia sarà attraversata da momenti di tensione e di delusione, per poi riconciliarsi definitivamente nel 2009 quando Mr Page pronuncerà solennemente davanti a tanti invitati il discorso di ammissione del suo amico Beck nella Rock’n’Roll Hall of Fame.