Total Guitar Academy
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Dopo aver esplorato il mito di Frankenstein e i film degli anni ’80, lo scienziato pazzo del rock è tornato con il suo terzo full-lenght e dieci nuove tracce in un concept album pieno di ironia, melodia e virtuosismo.

Matteo Brigo, talentuoso chitarrista e compositore padovano, torna sulla scena con un nuovo album dopo il successo dei precedenti “It Works!” ed “80’s Movies”, che hanno raccolto ottime recensioni e interviste nei principali magazine del settore affermandosi all’interno del panorama musicale hard-rock e metal italiano.

Matteo Brigo è un brillante chitarrista, compositore e arrangiatore del panorama hard-rock e metal italiano.

Dal 2009 al 2017 prende parte come chitarrista della rock band Maieutica, della quale cura composizione ed arrangiamenti dei pluriacclamati album Logos (2012) e R.E.S. (2016), che lo portano ad esibirsi in prestigiose vetrine tra cui Rai Radio 2 e Rai 3.

Matteo pubblica nel 2016 il suo primo album solista “It Works!” , un concept album di successo che racconta la storia di uno strampalato e brillante scienziato pazzo ed affonda le radici delle sue tematiche nella commedia americana degli anni ’80 e ’90 di film come Ritorno al futuro o del videogioco Day of the Tentacle.
Nel marzo 2018 Matteo pubblica “80’s Movies”, il suo secondo album solista che racconta le vicessitudini del nostro scapestrato scienziato che, a seguito di un altro dei suoi folli esperimenti, riesce a catapultare fuori dai nostri teleschermi tutti i mostri, gli eroi, i personaggi e i marchingegni dei film anni ’80.

Matteo è attualmente docente di chitarra nelle scuole Padovarte Musica, La Casa della Musica, Teatro la Perla, Groovy Studio, musicoterapeuta in diversi centri per disabili e proprietario di un brillante canale YouTube, attraverso cui è possibile accedere a molti dei suoi contenuti.

Space Pirate, composto da dieci tracce strumentali, è un vivace album dai ricchi arrangiamenti che, sebbene abbia come protagonista assoluta la chitarra di Matteo, denota sin dal primo ascolto una grandissima e meticolosa cura nella composizione di tutti gli strumenti al suo interno.

Naturale proseguimento degli album precedenti, muove dalle stesse coordinate musicali e si espande con audacia verso confini non ancora esplorati: il nostro eroe, protagonista dei precedenti “It works!” ed “80’s Movies” si ritroverà a capo di una nave pirata futuristica proiettata verso le profondità dello spazio in rocambolesche avventure, i cui elementi fantastici fanno tornare alla mente gli scenari di “Capitan Harlock”.

L’intero disco ruota attorno a un coerente gioco di citazioni e riferimenti: i titoli dei brani, spesso
estrapolati da film, cartoni animati e videogame; l’artwork che richiama il mondo dei cartoon e del
fumetto; gli effetti sonori che riportano alla mente i vecchi videogiochi anni ’80 e ’90.  Questa straordinaria miscela ci guida attraverso un fantastico e colorato universo, raccontato anche nel videoclip del singolo di lancio “Space Pirate”.

L’avventura comincia con la sopracitata Space Pirate, un brano energico ed allegro che attraverso il breve intermezzo inziale ed il frizzante arrangiamento richiama istantaneamente il mondo dei pirati, e che attraverso suoni futuristici e divertenti scelte di sound design ci teletrasporta in un universo futuristico e spaziale.

Sullo stesso ritmo incalzante e vivace segue Three-Headed Monkey, che attraverso un vorticoso incipit (che porta alla memoria le allegre colonne sonore di alcuni vecchi videogame) ci conduce ad uno spumeggiante tema ed altissime vette di virtuosismo dal forte sapore anni ’80.

Sonorità differenti per On Stranger Tides, che dopo una evocativa introduzione (in cui brilla l’arrangiamento dei diversi strumenti) esplode in una energica e melodica sezione centrale, per poi tornare ad un carattere più disteso e fantastico sul finale. Una traccia ricca e variegata, che lascia percepire tutta la risolutezza, l’emozione ed il brivido dell’avventura attraverso galassie sconosciute.

Release the Kraken, brano il cui titolo sembra suggerirci sonorità più drammatiche, sorprende con un ritmo travolgente, il cui vivace groove e le giocose melodie evocano una volta ancora il mondo dei videogame. I quattro minuti che compongono questa traccia volano, e non si può far a meno di ascoltarla una seconda volta per lasciarsi travolgere da tutta l’energia ed il brio che Matteo ha saputo catturare in questa brillante traccia.

The Technodrome rappresenta una grande novità stilistica rispetto a quanto ascoltato fino ad ora: le sonorità si fanno decisamente più moderne, il sound vira bruscamente verso il metal e concede ampio spazio per synth ed effetti di sound design. Per la prima volta ci troviamo di fronte a passaggi ricchi di pathos e tensione, che senza mai rinunciare alle cantabili melodie con cui Matteo ci ha accompagnato fino ad ora costituiscono una delle tracce più incredibili dell’album.

Un mix di musica elettronica, synth, e dance costituiscono Grog, un brano dal ritmo trascinante e travolgente che ci sorprende con improvvise variazioni e che ancora una volta richiama da molto vicino i suoni iconici del mondo anni ’80 e ’90.

Terminato l’intermezzo composto dagli ultimi due brani torniamo alle sonorità di partenza con All Aboard, con cui Matteo ci richiama sul suo galeone per proseguire il viaggio attraverso la galassia della sua musica.

Segue Big Whoop, brano dal carattere giocoso ed energico in cui gli strumenti dialogano reciprocamente e che, dopo un inaspettato intermezzo che richiama i suoni utilizzati da molti videogiochi arcade degli anni ’90, ci stupisce con una nuova sezione ricca di groove e dall’espressivo ed intenso fraseggio.

Enchantment Under the Sea è un brano fantastico, sin dalle prime note si può respirare un’atmosfera incantata e fiabesca, merito anche del brillante arrangiamento e delle mai scontate melodie di Matteo che, muovendosi attraverso i bellissimi cambi di accordi, dà voce ad un fantastico e mutevole universo di note.

To Infinity and Beyond è un brano profondo ed emozionante,  il carattere allegro ed energico che ha caratterizzato buona parte di questo bellissimo album si attenua, e Matteo ci congeda e ringrazia per aver preso parte al suo viaggio spaziale con una traccia solenne e che non ci nasconde quel velo di tristezza che accomuna tutte le belle storie quando volgono al loro termine.

Space Pirate è un album originale e dal ritmo travolgente, l‘entusiasmo di Matteo per la musica traspare da ogni singolo brano e non si può fare a meno di lasciarsi trasportare dalle sue note, sorridendo dall’inizio alla fine di ogni ascolto.

Per tutti gli appassionati dell’universo degli anni ’80 e ’90, del retrogaming, dei pirati così come dello spazio, questo album rappresenta una vera e propria gemma, che non potrà che riportare a galla tantissime dolci memorie grazie alle note di Matteo e regalare tanto divertimento ed emozioni a chiunque sia un appassionato di musica, specialmente della chitarra!

Primo album solista del Dr. Viossy che, accompagnandoci in un lungo viaggio composto di introspettive melodie, incalzanti groove ed energici riff apre le porte del proprio io mostrandoci cosa ha rappresentato per lui l’esperienza musicale vissuta fino ad oggi.

Michele Vioni è un celeberrimo musicista del panorama italiano, chitarrista di Michele Luppi (Whitesnake), Dyanonymous, Vivaldi Metal Project, e noto per aver preso parte ai tour europei di artisti del calibro di Blaze Bailey (Iron Maiden), Edu Falaschi (Angra, Almas), TM Stevens (James Brown, Tina Turner, Steve Vai…).

Altrettanto notevole la sua attività come didatta: Michele insegna come special tutor presso il MMI – Modern Music Institute, Michele collabora come celebrity guitar coach con la Oksana School of Music (Beverly Hills – USA), ed è autore dell’acclamato metodo “eXtreme Hard Rock Guitar” edito da Carish.

Michele è inoltre titolare di un fantastico canale YouTube attraverso cui è possibile accedere a numerose (e preziose) lezioni, backingtracks, playthrough, consigli molto variegati riguardo diversi aspetti dello strumento, brani inediti, demo ed ancora straordinarie cover (fra cui spicca il grandioso terzo movimento della Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven, che ad oggi ha raggiunto diciannove milioni di visualizzazioni).

Il Dr.Viossy è endorser per GNG Negrini Guitars, BRBS amplification, Red Seven Amplification, Jad&Freer, Two-Notes Audio Engineering, Intune Gp custom guitar picks e IK Multimedia.

The adventure so far, composto da dieci tracce strumentali, è un album di musica prima ancora di essere l’album di un chitarrista, un lungo viaggio attraverso una ricca ed allegra visione della musica che non si ferma ai limiti imposti da uno strumento o dalla scelta vincolante di un genere.

L’ascolto comincia con Ekphrasis, un brano dalle atmosfere oniriche e con alcune note di mistero, in cui spiccano le brillanti scelte di sound design che richiamano da molto vicino alcune colonne sonore del cinema.

Come un fulmine a ciel sereno segue The Beautiful Unrest Of The Soul, che travolgendoci con una cascata di note ed energia nei primi secondi e dispiegandosi attraverso variazioni del tema e diverse sezioni musicali nel suo svolgimento, dipinge alla perfezione l’idea del continuo moto emotivo dell’anima.

Prima Ballerina, terza traccia dell’album, torna su ritmi più distesi sebbene incarnando tutta l’energia e la vivacità di una danza.

Su registri molto diversi All I Knead Iz U!!1!, una dolce ed espressiva ballade romantica dal finale esplosivo e ricco di passione.

Se la varietà è una delle caratteristiche portanti di questo album, la quinta traccia Entertrain la incarna alla perfezione, proponendoci scelte stilistiche, sonorità e sapori del tutto nuovi rispetto a quanto ascoltato fino ad ora. Il groove è travolgente e coinvolgente, la sezione ritmica ha un tiro incredibile, merito anche della prima e brillante guest di questo album Giorgio Terenziani, che con il suo eccellente lavoro al basso conferisce al brano un sound straordinario, probabilmente il più heavy fra quelli proposti (sebbene stilisticamente non sia questa la traccia più pesante).

Trascendence è un brano più articolato, meno diretto, dalle atmosfere più sofisticate e dalla struttura più complessa, che presenta una tavolozza cromatica molto variegata e ricca. Fa qui la sua comparsa il secondo ospite di questo album, Paolo Caridi, che sedendo dietro alla batteria di questa traccia arricchisce la sezione ritmica dei colori che solamente un professionista del groove potrebbe aggiungere.

Altrettanto variegata la successiva Noble Reasons, che ci guida verso una più carica e diretta One Hundred and One Odobenus Rosmarus, che apre la sezione conclusiva di questo straordinario album con riff pieni ed un fraseggio più chitarristico. Estremamente allegro ed interessante il breve intermezzo elettronico, che aggiunge una sorpresa imprevista e piacevole ad un brano dal carattere vivace e frizzante.

La successiva Mummies Euphoria è un altro brano dalle atmosfere articolate, a tratti oniriche, a tratti misteriose, sembra assumere un carattere più sbarazzino e giocoso per poi sorprenderci con un intermezzo centrale molto introspettivo, per poi tornare a ritroso sui propri passi e condurci al colossale outro.

The adventure so far, title track e conclusione di questo album, è una traccia commovente ed emozionante sin dalle prime note. Siamo ormai giunti ai saluti e Michele ci congeda con un velo di tristezza che accomuna la fine di tutti i grandi racconti, così come tanta gioia e gratitudine per aver condiviso insieme a lui questo straordinario viaggio attraverso il suo io e la sua visione della musica.

Una menzione speciale è meritata dalla copertina, che raffigura una porta spalancata sul cuore del musicista e che lascia fluire all’esterno tutte le idee e le immagini proposte nei diversi brani ed i loro titoli.
The Adventure So Far
è un lavoro straordinario, composto e curato senza alcun limite o preconcetto.
È un album che trasmette emozioni, allegria, gioia, e che lascia trapelare tutto il divertimento del Doc durante le fasi di composizione e registrazione (molti degli stessi brani presentano titoli giocosi ed ilari).
Ogni traccia propone diverse atmosfere e colori, temi che vengono variati ed alterati, dando vita ad un dipinto coeso ed articolato ma che riporta costantemente ad un unico punto: l’amore per la musica e per quello che fa provare a ciascuno di noi.
Un album da ascoltare tutto d’un fiato, lasciando che la musica del Dr. Viossy ci conduca attraverso questo fantastico viaggio.

Sono pochi i chitarristi che nel corso della loro carriera hanno saputo evolvere rimanendo fedeli al proprio stile e senza mai diventare ombra di se stessi: Michael Romeo è uno di questi.

Un musicista all’apparenza timido, che non ama far parlare eccessivamente di se e che raramente concede interviste, lasciando che sia la sua straordinaria musica a parlare per lui.

Michael Romeo nasce il 6 marzo del 1968 a New York, iniziando a studiare pianoforte e clarinetto all’età di dieci anni, restando tuttavia affascinato dalla chitarra dopo aver ascoltato i Kiss.
Come molti altri musicisti della sua generazione sarà tuttavia Randy Rhoads nei celeberrimi album Blizzard of Ozzy e Diary of a Madman a far esplodere il suo amore per la chitarra elettrica e a forgiare le basi di quello che sarebbe diventato il suo inconfondibile stile.

Gli esordi ed il primo album solista: The Dark Chapter 

Influenzato da molti compositori classici quali Johan Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig Van Beethoven, Richard Wagner, Igor Stravinsky e Claude Debussy, Michael pubblica il suo primo album strumentale come solista intitolato The Dark Chapter nel 1994, all’età di ventisei anni.
Originariamente ideato come demo nel 1992 ed inviato a diverse case di produzione, l’album ha suscitato l’interesse dell’etichetta giapponese Zero Corporation.

È questo il momento della svolta, l’anno in cui per terminare i lavori su The Dark Chapter Michael unisce le forze con il brillante tastierista Michael Pinnella, assieme al quale darà vita al progetto progressive metal Symphony X del quale resterà sempre il principale compositore.

Symphony X, la prima fase

Non esiste un solo album debole nella discografia dei Symhpny X, tantomeno un solo album dove le chitarre non risultano brillanti ed inconfondibili: riff sincopati ed aggressivi si alternano ad atmosfere oniriche ed arpeggi dalle dolci sonorità, per poi cedere il posto ad esplosivi ritornelli ed intermezzi dal carattere epico ed eroico, che affondano le loro radici nella musica classica.

Gli anni che vanno dal 1995 al 2005 sono da molti considerati il periodo d’oro della band.
Symphony X e The Damnation Game incarnano già tutti quelli che resteranno i tratti distintivi della band, lasciando trapelare tutte le influenze provenienti dalla musica classica ed i caratteri propri del prog. Brani metal si alternano alle più romantiche e drammatiche ballade caratteristiche dei Symphony X, accompagnandoci fino al successivo The divine Wings of Tragedy.

Un album straordinariamente aggressivo ed elegane, di cui ogni brano risulta estremamente curato e convincente. Sicuramente da citare alcuni dei brani più celebri di tutta la carriera della band come Of Shadows and Sins, Sea of lies e The accolade (le prime due croce e delizia di tutti i chitarristi che si sono cimentati nello studio dei loro incredibili assoli!).

Sullo stesso filone vediamo Twilight in Olympus, un’altra grande gemma del progressive metal fino ad arrivare a V: The New Mythology, primo concept album della band che racconta del mito di Atlantide. Da questo album provengono altri grandi classici della band (e della chitarra) come Evolution ed Egypt, suonati in quasi tutti i concerti.
Con The Odyssey si chiude questo primo capitolo del Symphony X, in cui Michael ci regala una splendida suite di 24 minuti come title track la quale racconta il mito a cui si ispira il titolo dell’album.

Syphony X, la seconda fase

Paradise Lost (2006) apre un nuovo capitolo nella composizione di Michael e delle sonorità della band, virando verso un sound più scuro e metal.
L’album, ispirato all’omonimo poema di John Milton, vede il chitarrista impegnato in un fittissimo riffing e cimentarsi in mirabolanti assoli, alzando notevolmente il già elevato livello tecnico del proprio fraseggio.
L’album consacra la già celebre band al successo assoluto, vendendo 6.300 copie nella prima settimana e classificandosi al centoventrieesimo posto nella classifica dei duecento migliori album degli Stati Uniti.
Figlio di Paradise Lost e dalle sononorità ancora più aggressive segue Iconoclast, pubblicato nel 2011, confermando il successo ottenuto col precedente album e spingendosi verso vette ancora più alte con 7.300 album venduti nella prima settimana.
Appartengono a questo album alcune pietre miliari delle performance live della band come Set the world on fire e Serpent’s kiss.
Chitarre estremamente sincopate e taglienti nei riff si alternano a ritornelli più aperti e cantabili, lasciando poi il posto a straordinari assoli che seguono il filone di Paradise Lost.
Fra i brani dell’album emergono la title track Iconoclast (ed il suo fantastico intro in tapping), Dehumanized, ed End of innocence, spesso proposte anche in sede live.
Nel 2015 vede la luce Underworld, che il bassista Mike Lepond definisce come “una via di mezzo fra The Odissey e Paradise Lost”. Tornano moltissimi elementi tipici degli album della prima fase della band, accompagnati da un sound molto robusto ed in linea con i lavori più recenti.

Il ritorno agli album come solista, War of the words, Pt. 1

Pubblicato nel 2018 War of the words Pt.1 trae ispirazione dall’omonima novella di H. G. Wells ed include, oltre alle già ben note influenze provenienti dalla musica classica, moltissimi elementi di musica elettronica dance, dubstep ed ispirata dalle colonne sonore di Bernard Herrmann e John Williams.
Michael prevede un seguito per l’album che a detta del musicista è già pronto e agli stadi finali della produzione, ma che tuttavia attenderà a pubblicare affinchè il pubblico abbia tempo e modo di apprezzare e digerire il primo capitolo.
Le chitarre raggiungono probabilmente l’apice di tutta la carriera di Michael in questo disco, che fra cinematografiche atmosfere ci delizia con riff fittissimi e assoli straordinari.

Lo stile e la tecnica

Molti chitarristi ricorrono ad una pallette circoscritta di tecniche grazie a cui è semplice identificarli e con le quali costruiscono il loro fraseggio: non è questo il caso di Michael Romeo, che ha perfezionato tutte le tecniche della chitarra moderna portandole non solo a livelli spaziali, ma padroneggiandole con assoluta maestria e disinvoltura senza mai abusale.

In generale possiamo riconoscere una grandissima morbidezza e fluidità nel suo modo di suonare, che si tratti di hammer on e pull off così come di plettrata alternata, tecniche alle quali ricorre spessissimo.
Nei pattern a tre note per corda ricorre spesso allo sweep picking per passare da una corda all’altra, mentre per gli arpeggi utilizza indifferentemente sweep picking o tapping (specialmente quando deve suonare pattern più articolati o arpeggi di settima).

Michael fa ampio ricorso alla scala minore naturale, minore armonica, minore melodica, esatonale, minore pentatonica e scala blues, alternandole in diverse sezioni dei suoi assoli e variandole in base agli accordi sui quali deve suonare.
Un’altra scala utilizzata di frequente per creare vere e proprie cascate di note è la cromatica, spesso combinata all’uso del tapping.

Un esempio stilistico

Desidero concludere questo articolo con un esempio dello stile di Michael, proponendo una lunga ed articolata sequenza in tapping ispirata al terzo movimento della Sonata al chiaro di luna di Ludwig Van Beethoven.
Michael ci mostra lo stesso passaggio eseguito in diverse velocità, da notare la costante pulizia del suono e come non usi nulla per impedire alle corde a vuoto di risuonare se non il muting delle sue mani.
A seguito del video una tab della parte suonata (ricordiamo che la sua accordatura canonica è D standard, e dunque un tono più bassa della classica E standard).
Buon divertimento e buono studio!

Oggi siamo in compagnia con un gigante della musica Jazz in Italia, di sicuro non ha bisogno di presentazioni e siamo lieti di poterlo conoscere maggiormente: Umberto Fiorentino.

OnlineGuitar: Buongiorno Umberto grazie del tuo tempo! Ci vuoi raccontare cosa ti ha mosso ad iniziare a suonare la chitarra e quali studi hai affrontato negli anni?

UF: Ho iniziato per caso, complice un pomeriggio di noia passato tanti anni fa con alcuni miei amici. Qualcuno, non ricordo chi, ha proposto di fare un “complesso”, all’epoca i gruppi si chiamavano così. Nessuno di noi suonava, ciascuno ha scelto quale strumento suonare, io avrei voluto l’organo elettrico, ma a casa mi hanno risposto che non se ne parlava. Ho ripiegato sulla chitarra, una classica con le corde in metallo, undicimila lire nuova. Da lì è iniziato tutto il resto.

Passato un periodo a suonare canzoni e poi a provare a suonare Hard Rock ho cercato qualcuno che mi insegnasse qualcosa ma non sono riuscito a trovare nessuno. Le uniche due lezioni che ho mai preso furono di chitarra classica ma non ce l’ho fatta a proseguire, non era per me, almeno in quel momento. Ho studiato per conto mio dopo aver finito il liceo, avevo già iniziato ad ascoltare il jazz rock e qualcosa di Jazz più tradizionale. Frequentando altri miei coetanei con la mia stessa passione è stato più facile capire cosa fare. Più tardi, quando altri chiedevano di studiare con me, ho analizzato quello che facevo per poterlo trasmettere. È qualcosa che faccio ancora adesso.

OnlineGuitar: Oltre ad essere un grande musicista sei da anni impegnato nella didattica, cosa ne pensi oggi di chi vuole intraprendere un lavoro con la musica? Che studi deve fare e come? E che possibilità ci sono oggi per un musicista di emergere sia nella vita reale che nel web? Ci sta talmente tanta offerta che sembra davvero difficile eppure i ragazzi che frequentano i conservatori o le scuole private sono ancora molti, che consigli ti senti di dare?

UF: Ora è tutto diverso, chiunque abbia voglia di imparare ha tutta la conoscenza a portata di mano, a casa sua davanti a un computer, con un maestro, una scuola o in un conservatorio. Se ci si affida a qualcuno bisogna avere la capacità di capire se può darti quello che ti aspetti. Senza però avere la presunzione di giudicare frettolosamente. A tutti i miei allievi consiglio comunque di mantenere uno spirito da autodidatta parallelamente a quello che deve avere un buon allievo.

Per quanto riguarda il lavoro in questo momento non è facile dare consigli, la situazione economica e culturale del nostro paese la conosciamo. Ma non sarà sempre così. Se si ha una forte passione bisogna fare quello che si ama senza fare troppi calcoli. È una scommessa. Come quella che porta a fare una scelta diversa. Il chitarrista o l’avvocato, il commerciante o l’imprenditore non sono strade che ti assicurano oggi una riuscita sicura. Se ci metti tutto te stesso hai delle possibilità in più. L’unica cosa da fare è impegnarsi al massimo per diventare forte, e capire strada facendo se davvero sei portato per quella strada. Restando alla musica lo studio non dovrebbe essere una fatica ma una necessità dell’anima, un bisogno insopprimibile.

OnlineGuitar: Studiare è sicuramente un aspetto molto importante della chitarra ma poi alla fine come fa un ragazzo a trasformare il suo potenziale in musica? Che qualità e/o sensibilità si deve avere oggi per essere un musicista?

UF: I musicisti che conosco che hanno saputo affermarsi economicamente sfruttando il proprio talento musicale non sono molti. Mi riferisco a chi con la musica ha fatto molti soldi. Tutti loro hanno qualità imprenditoriali e alcune volte addirittura politiche, cose dalle quali sono stato sempre molto lontano.
Chi ha queste capacità e suona bene non trova difficoltà. Anche in mancanza di questo bisogna però darsi da fare, uscire, andare ad ascoltare gli altri, essere gentili e corretti; la musica è stare insieme. Nessuno vuole lavorare con uno stronzo vicino.

OnlineGuitar: Quali sono i progetti a cui stai lavorando in questo momento? Hai novità in uscita?
UF: Nessun progetto e tutti i progetti. Prima o poi andrò a registrare qualcosa a mio nome, anche se lo dico sempre e non lo faccio da anni.

OnlineGuitar: Il tuo modo di suonare richiede un suono particolare della chitarra, da cosa è composto? Come ce lo descriveresti a parole?

UF: Credo di essere in buona compagnia: cerco il suono che ho in testa, e più o meno riesco a ottenerlo con una strumentazione di volta in volta diversa. Ciò non toglie che se posso scegliere suonerò con la tale chitarra e con quelle corde e con quel plettro, con l’amplificatore al quale hai cambiato le valvole con quelle che dico io, con i pedali che andranno regolati in quel modo etc etc. Sono maniacale e patologico in questo, ma so che non è quello che mi fa a tirare fuori il suono che cerco. Può solo aiutarmi ad avvicinarmici.

OnlineGuitar: Dopo tanti anni passati ad ascoltare musica e a suonarla, cosa ti da ancora la carica e la spinta come la prima volta che hai imbracciato la tua sei corde?

UF: Non è come la prima volta. Certe volte non ne ho proprio voglia e non suono affatto per lunghi periodi, altre mi ci trovo dentro con una passione molto più forte rispetto al passato. Credo proprio che certe volte la musica comandi molto più di noi.

Grazie ancora del tuo tempo
A presto

Nel 2003 pubblica l’ultimo tassello della ‘trilogia elettronica’: JEFF. È un album che si distingue dai due precedenti per l’uso quasi estremo dell’elettronica, ricorrendo con più frequenza alla drum’n’bass e a ritmi ossessivi. Trattandosi di Jeff, però, non mancano momenti di pura poesia e di introspezione, come nel brano ‘Bulgaria’, in cui la chitarra è accompagnata dall’orchestra.

Dopo diversi album in studio, e a distanza di 31 anni, viene pubblicato il secondo live album ufficiale di Jeff Beck: LIVE AT RONNIE SCOTT’S JAZZ CLUB (2008). Il disco riscuote immediatamente successo sia di vendite che di critica e, al contempo, rappresenta un ritorno alla ribalta in grande stile per il nostro guitar hero. La scaletta è ricca e ripercorre in lungo e in largo la carriera solista di Beck. La band che lo accompagna è composta da eccellenze quali Vinnie Colaiuta alla batteria, Jason Rebello alle tastiere e una giovane nuova promessa al basso, Tal Wiekenfeld. Non mancano ospiti sul palco tra cui, su tutti, l’amico Eric Clapton.

Nel 2010 Beck pubblica il suo primo album in studio dopo sette anni, intitolato EMOTION & COMMOTION. Abbandonati loop, suoni elettronici e distorsioni acide, Beck ci regala un album molto rilassato, intenso, dominato dagli arrangiamenti orchestrali e dalla presenza di alcune vocalist femminili, Joss Stone, Imelda May e Olivia Safe. Nel disco Beck rivisita un paio di brani di Jeff Buckley ma, soprattutto, ci regala due interpretazioni strumentali da brivido: ‘Over The Rainbow’ e il ‘Nessun Dorma’ di Puccini. L’album coincide anche con il cambio di management e con l’inizio, potremmo dire, di una nuova vita artistica di Jeff Beck.

Seguono, infatti, diversi tour di successo, premiazioni e riconoscimenti alla carriera, l’ammissione alla Rock’n’Roll Hall of Fame, nuovi live album, LIVE+ (2015) e LIVE AT HOLLYWOOD BOWL (2017) e un nuovo e, per ora, ultimo disco in studio, LOUD HAILER (2016), che vede la collaborazione di due giovani musiciste, una chitarrista e una cantante, e un sound sempre fresco e moderno.

Jeff Beck è un musicista che ha innovato radicalmente il senso e l’uso della chitarra elettrica attraverso il testardo e appassionato perseguimento di un unico obiettivo: la musica. Ha attraversato i generi musicali, abbattendone i confini e ridefinendone i linguaggi, con la stessa attitudine alla scoperta che muove un navigatore alla ricerca di nuovi mondi. Ha sviluppato una tecnica personale originale e inarrivabile, frutto di continue ricerche e della voglia di oltrepassare i limiti fisici dello strumento, sfidando l’uso convenzionale dello strumento e non smettendo mai di cercare, di mutare, di evolversi, anche al prezzo di una minore celebrità. E tuttavia, non è da tutti chitarristi dediti alla musica strumentale essere definiti Guitarists’ Guitarist e avere il proprio nome nella Rock’n’Roll Hall of Fame.

Il punto di svolta nella carriera di Beck è alle porte. Stanco delle sonorità rock tradizionali e sempre più immerso e affascinato dalla fusion di gruppi come la Mahvishnu Orchestra del famoso chitarrista John McLaughlin, Jeff Beck entra negli AIR Studios e con il tocco sapiente alla produzione di George Martin, già all’opera in passato con i Beatles, il chitarrista inglese sforna un disco che si rivelerà non solo il suo primo album di successo, ma anche un punto di riferimento fondamentale per gli amanti degli album di chitarra strumentali.

Il disco si intitola BLOW BY BLOW (1975) e vola subito in classifica al quarto posto. I brani si susseguono senza interruzioni, come a comporre un’unica traccia, finché non si giunge al capolavoro vero e proprio: ‘Cause We’ve Ended As Lovers’. Il brano è accreditato a Stevie Wonder, ma reinterpretato dalla sensibilità di Beck raggiunge un livello di intensità unico. Un affresco di emozioni che solo un musicista come Beck avrebbe potuto ricreare a quei livelli sulla chitarra. Non è un caso che, ad oggi, il brano sia sempre presente nelle scalette live di Beck e, allo stesso tempo, sia una delle cover più eseguite dai chitarristi di tutto il mondo Per l’occasione il nostro utilizza una Fender Telecaster con al ponte un primo prototipo di pick up Seymour Duncan JB, appositamente montato sulla chitarra dal noto costruttore in persona.

Segue alla pubblicazione del disco un lungo tour proprio di spalla alla Mahavishnu Orchestra, stringendo, così, un’amicizia con il suo leader, John McLaughlin, che dura fino ai giorni nostri. Non c’è tempo per fermarsi, però. Beck, forte del successo di vendite di Blow By Blow, torna in studio, questa volta coadiuvato dall’ex-tastierista della Mahavishnu, Jan Hammer, e sforna WIRED (1976), un lavoro che procede nel solco della fusion tracciato dal suo predecessore. Questa volta, però, i suoni si fanno più elettrici, con l’iniziale assalto sonoro di ‘Led Boots’ a dare avvio al disco.


 

Da segnalare, in particolare, l’interpretazione originale e magistrale di un classico del jazz, ‘Goodbye Porkie Pie Hat’, di cui dà prova Beck e che è indicativa della grandezza del musicista in questione. Il brano è un capolavoro di uso combinato di leva, armonici, tocco e sfumature ottenute con un uso sapiente della manopola del volume della chitarra. Il brano è un manifesto di quello stile che ha reso il nostro chitarrista così famoso. Segue un tour insieme alla Jan Hammer Band dal quale viene tratto l’album dal vivo JEFF BECK WITH THE JAN HAMMER GROUP LIVE (1977).

Cavallo che vince non si cambia, per cui, proseguendo su coordinate che rimandano alla fusion, Beck pubblica THERE & BECK (1980). È il disco che segna l’inizio della sua fruttuosa collaborazione con il tastierista/compositore Tony Hymas, che firma cinque brani dell’album, e vede ancora la presenza di Jan Hammer sia come esecutore che come compositore. Siamo di fronte ad un ennesimo disco di pregiato jazz-rock, con incursioni nel funk, nell’hard rock, nella musica sinfonica, impreziosito da due brani diventati ormai dei veri e propri classici del repertorio di Beck: la rockeggiante‘Star Cycle’, con il suo intro al sintetizzatore, e la sognante ‘The Pump’. A mio parere, BLOW BY BLOW, WIRED e THERE & BECK compongono la cosiddetta ‘trilogia fusion’ di Jeff Beck e sono tre MUST, non solo per chi voglia conoscere la sua musica, ma anche, e più in generale, per coloro che amano le sonorità jazz-rock o fusion.

Con l’arrivo degli anni ’80 Beck entra in una fase della sua carriera caratterizzata da scarsa ispirazione e mancanza di stimoli. Come lui stesso dirà in seguito, questo periodo ha rappresentato una parentesi poco creativa nella sua vita artistica, preferendo dedicarsi a collaborazioni, forse anche ben più remunerative, con varie star della musica rock e pop (Mick Jagger, Tina Turner, Rod Stewart, Diana Ross) piuttosto che impegnarsi prevalentemente nell’attività solista. Tuttavia, nel 1985 pubblica FLASH, un disco ricco di sonorità pop in linea con il tempo, caratterizzato dall’ampio uso di batterie campionate, di suoni sintetici e con la presenza di brani cantati con l’obiettivo di conquistare una fetta di pubblico più ampia. Il disco vede anche il ritorno alla collaborazione tra Beck e Rod Stewart, che canta su ‘People Get Ready’, e il cui video frutta ampia visibilità al nome di Beck su MTV. Vorrei segnalare in particolare il brano posto in apertura dell’album, Gets Us All In The End, per un paio di soli che Beck esegue al fulmicotone, veloci, con ampio utilizzo di tapping, leva e distorsione che non sfigurerebbero affatto affianco ai soli di noti chitarristi metal.

Terminata la ‘parentesi MTV’, con gioia di Beck, il nostro torna in studio e sforna uno dei suoi dischi più belli e, a mio parere ma non solo, tra i più importanti per il mondo della chitarra elettrica: GUITAR SHOP (1989). Si avvale della collaborazione di Tony Hymas, tastiere, e dell’ex-Frank Zappa alla batteria, Terry Bozzio. Il risultato è un disco strumentale molto variegato, con brani che spaziano dall’hard rock al funky, passando per il blues, il reggae, le ballad e tanto altro. Insomma, fusion nel senso letterale del termine. L’album è un concentrato di maestria sugli strumenti e di virtuosismo sempre al servizio della musica. In questo disco Beck sembra dare una lezione di chitarra a tutti, senza risparmiarsi ed esaltando sempre al meglio il suo talento.

Ogni brano sembra rappresentare la summa di tutto il suo percorso sperimentale compiuto sulla chitarra fino ad allora. Non c’è traccia riempitiva, non ci sono assoli ridondanti né linee melodiche deboli. Dovrei citare ogni brano del disco ma mi limiterò a quella che reputo, e non credo a torto, come l’Apice del Genio di Jeff Beck sulla chitarra: Where Were You. 3:22 di pura magia, di note che sembrano provenire da un Altrove indefinito, da una dimensione ultraterrena in cui la realtà concreta tende a rarefarsi per lasciare spazio solo alle emozioni, quelle più inaccessibili alla coscienza. Da un punto di vista tecnico siamo di fronte ad un capolavoro di uso magistrale di armonici artificiali, sfumature in crescendo di volume sulla chitarra, leva e dita, il tutto ottenuto in maniera combinata. È anche il disco che segna l’abbandono definitivo del plettro da parte di Beck. Non penso di esprimere un parere azzardato se dico che GUITAR SHOP è il disco che rappresenta la vetta della maturazione dello stile di Jeff Beck. Da qui in poi, sarà solo un continuo miglioramento e affinamento di questo stile così unico e originale, fatto di tocco, gusto, senso della dinamica, uso magistrale di armonici e leva, impiego sapiente della manopola del volume e una tecnica incredibile nell’uso delle dita della mano destra.

Con l’inizio degli anni ’90, la carriera solista di Beck entra in una fase di stallo che terminerà solo con la pubblicazione di WHO ELSE nel 1998. Dopo nove anni di silenzio, interrotti solo da varie collaborazioni con altri nomi famosi del panorama mondiale della musica, dalla pubblicazione nel 1993 di un album tributo a Cliff Gallup, CRAZY LEGS, e dalla sua attività live, Beck torna sulle scene con un lavoro, come al solito, innovativo e sperimentale, in cui la sua chitarra nervosa, ironica, sentimentale si incontra con l’elettronica e con la drum’n’bass. È un disco che traccia un percorso per la chitarra elettrica fresco e stimolante e che verrà immediatamente recepito dai lavori in studio di altri suoi illustri colleghi, tra tutti Joe Satriani, Gary Moore, Steve Vai.

WHO ELSE, come già il suo predecessore, offre una varietà di colori musicali incredibile, un melting pot di influenze, dalla musica rock a quella indiana, dal blues all’elettronica, dalla musica ambient a quella celtica. È un album che, a mio parere, non ha momenti di stanca. Su tutti segnalo il blues sensuale di ‘Brush With The Blues’, in cui il Maestro dà una lezione su come si possa suonare autenticamente blues senza rinunciare alla creatività tecnica, e ‘Angel (Footsteps), un vero capolavoro di surrealismo musicale in cui Jeff Beck dimostra di essere, ancora una volta, un Maestro nell’uso dello slide sulla chitarra.

WHO ELSE è il primo di una trilogia, che definirei ‘elettronica’, di album che si susseguono e che vanta, tra l’altro, la collaborazione di un’altra virtuosa delle sei corde, Jennifer Batten, presente anche nel disco successivo, YOU HAD IT COMING (2001). Questo lavoro prosegue sulla stessa scia del precedente, con ampio uso di suoni elettronici e campionati e una dose maggiore di aggressività. Non mancano, infatti, brani dai riff di chitarra molto distorti, cupi. È un disco moderno, che non rinuncia alla sperimentazione. L’album contiene un brano, ‘Nadia’, scritto da un musicista di origine indiana, re-interpretato magnificamente da Beck in chiave strumentale. Ancora una volta, l’uso combinato di slide, leva, armonici, dita della mano destra e volume della chitarra si rivela straordinario, riuscendo a richiamare quelle sfumature tonali e timbriche che solo una voce umana è in grado di dare.

Il nome di Beck salta fuori (quasi) sempre ogni qualvolta si parla anche di un altro grande della chitarra: Eric Clapton, anche lui ex-Yardbirds. Anzi, è proprio dalla sua dipartita dalla band in questione che inizia la vera e propria carriera professionale di Beck nel mondo della musica. Siamo nel 1965, la Swinging London impazza, i 45 giri pop scalano le classifiche, i Beatles e i Rolling Stones sono delle celebrità intoccabili e gli Yardbirds, smessi i panni dei ragazzi che suonano R&B, cominciano ad assaporare il successo pop con il singolo ‘For Your Love’. Tuttavia, il loro chitarrista, irrequieto ma il cui nome è già sulla bocca di tutti a Londra, e non solo, medita di lasciare la band. Eric Clapton decide di mollare il gruppo, attratto più dalle sirene del rock-blues alla corte di John Mayall che dal pop psichedelico della sua band di provenienza. Fuori Eric, dentro Jeff. Ma Jeff non vuole, e non può, essere Eric. E così impone il suo stile alla band, caratterizzato da una maggiore aggressività e da una voglia compulsiva di cambiare gli schemi.

È proprio durante il periodo trascorso negli Yardbirds, infatti, che Jeff Beck comincia a sperimentare un approccio allo strumento che, attraverso lo sfruttamento massiccio dei limiti della (scarsa) tecnologia dell’epoca, gli permette di ottenere nuove sonorità che sfidano gli schemi convenzionali musicali delle pop band dell’epoca. Fuzz, feedback, accordature alternative, entrano, così, a far parte dell’arsenale da guerra di Beck. Il tutto condito dalla giusta dose di aggressività in sede live che si traduce in maltrattamenti di amplificatori e chitarre. Tra l’altro, la rabbia e la furia distruttiva sono due aspetti che sembrano accomunare alcuni chitarristi inglesi dell’epoca. Si pensi a Pete Townshend degli Who e alle Rickenbecker conficcate impietosamente nei cabinet Marshall o violentemente fracassate sul palco. Tuttavia, se Townshend si abbandona a devastazioni di palchi e strumentazione per dare libero sfogo ai propri malesseri esistenziali, anticipando di un decennio l’atteggiamento nichilista del Punk, quella di Jeff Beck negli Yardbirds, invece, è un’aggressività che ha come fine, soprattutto, quello di generare nuove alternative sonore attraverso l’uso, e l’abuso dovremmo aggiungere, della strumentazione. Tutte sperimentazioni di cui, nel frattempo, ‘uno ancora sconosciuto’, ma che di lì a breve avrebbe cambiato il corso della chitarra per sempre, prendeva nota nella sua gavetta in America.

Terminata l’esperienza negli Yardbirds, e con l’affermarsi di band seminali come i Cream e la Jimi Hendrix Experience, anche Beck decide che è ora di perseguire la sua visione musicale e di affermarsi come chitarrista solista al pari dei suoi colleghi. Nasce il Jeff Beck Group, una formazione di cui è leader e nella quale percorre le strade del rock insieme a musicisti del calibro di Ron Wood, al basso e futuro membro dei Rolling Stones, e Rod Stewart alla voce. I primi due dischi della band, TRUTH (1968) e BECK-OLA (1969) vengono, a ragione, considerati dalla critica musicale come i due dischi che hanno gettato le fondamenta dell’heavy metal. Si tratta di due lavori che, partendo dal blues e dalla psichedelia, definiscono le coordinate di quello che sarò poi l’hard rock: suoni distorti, soli di chitarra lancinanti, riff taglienti e percussivi, un cantato graffiato e urlato e un drumming più impetuoso. Il tutto, però, miscelato a stile e a gusto. Una precisazione: lo stile dei due dischi in questione di sicuro non sarebbe considerato hard per i livelli di oggi. Ma non dimentichiamo che nel 1968 suonare una Les Paul collegata ad una testata Marshall Super Lead da 100w crunchata e spinta da un fuzz o un treble-booster significava essere metal in confronto ai suoni puliti delle chitarre dei Beatles e degli Stones.

Ora, senza scadere in sterili quanto inutili e lunghe diatribe per stabilire la paternità di un genere, è, altresì, doveroso ricordare che già i Cream di Clapton, Bruce e Baker avevano conferito al blues un sound più distorto prima del Jeff Beck Group. E di sicuro Beck ne aveva, volente o nolente, preso nota. Tuttavia, quello che mancava ai Cream per poterli definire hard rock e che invece possedeva il Jeff Beck Group era lo stile più aggressivo e impetuoso della musica. Più precisamente, il suono distorto dei Cream era conseguenza più dei volumi enormi sprigionati dai nuovi ampli prodotti da Jim Marshall che il cosciente e perseguito obiettivo di diventare hard rock. Non è un caso che molte band hard rock formatesi successivamente, pensiamo agli Aerosmith, citino i primi due dischi del Jeff Beck Group come fonte di ispirazione.

Dissapori interni alla band e disorganizzazione generale, però, portano all’abbandono del gruppo da parte di Stewart e di Wood, i quali formeranno, poi, i The Faces.

Beck va avanti e dà vita ad una nuova formazione, della quale fa parte un nome importante della storia del rock, Cozy Powell, batterista che, nel corso della sua carriera, collaborerà con nomi importanti (Rainbow, Black Sabbath, Malmsteen, Brian May, Whitesnake). Pubblica due album: ROUGH & READY (1971) e THE JEFF BECK ALBUM (1972). Lontane sono le sonorità hard rock dei primi due dischi. Il ‘nuovo’ sound della band questa volta ha lo sguardo volto in direzione dell’America, in particolare al funk e alla Motown. I suoni si fanno meno distorti, il cantante, Bob Tench, dona ai brani un sapore soul e il piano del leggendario Nicky Hopkins accompagna i brani. Non mancano momenti molto interessanti, in particolare alcuni brani in cui Beck disegna trame sonore spettacolari attraverso l’uso magistrale dello slide sulla chitarra.

Anche questa parentesi, però è destinata a chiudersi. Una mancanza di direzione, disorganizzazione interna, contrasti con il management e disillusione portano Beck a sciogliere la band e a riconsiderare la possibilità, un tempo accarezzata ma per forza di cose accantonata, di formare una band con due esponenti provenienti niente di meno che dai Vanilla Fudge, una band americana vagamente progressive molto famosa alla fine degli anni ’60 e che Beck teneva in enorme considerazione.

E così nel 1973 nascono i Beck, Bogert & Appice. Carmine Appice, batteria e voce, e Tim Bogert, basso e voce, sono due musicisti molto preparati tecnicamente e dotati di uno stile molto potente. Tutto ciò si concretizza nel primo, e unico, lavoro in studio del trio, l’album omonimo BECK, BOGERT & APPICE (1973). Il disco si compone di 9 tracce il cui comun denominatore sembra essere il ritorno ad un rock ad alto volume, dominato dalla distorsione e da brani immediati. La produzione del disco, però, non riesce ad essere all’altezza del sound hard ricercato dalla band, rivelandosi piatta, sterile e debole. Ci penserà, tuttavia, il successivo album dal vivo registrato durante il tour giapponese a rendere giustizia della potenza di fuoco di questo trio. BECK, BOGERT & APPICE LIVE IN JAPAN (1974) ci restituisce una band potente, compatta e impetuosa. Un muro di suono travolgente, in cui ogni musicista spicca per la sua bravura.
La chitarra di Beck, che per l’occasione sfodera la Gibson Les Paul Oxblood, spinge imperterrita, muovendosi su territori hard rock con assoli ispirati, passionali, distorti, da far impallidire altri gruppi heavy rock del tempo. Tuttavia, anche questa formazione dura lo spazio di un disco in studio e uno dal vivo per poi smembrarsi tra dissapori e contrasti interni molto forti. Lo stesso Beck, ad oggi, non serba ottimi ricordi di questa esperienza.

Un altro potenziale progenitore della chitarra è il liuto, gi à prodotto dal X secolo con una tecnica particolare, la piegatura delle tavole a vapore. Oggi si usa mettere le fasce a bagno. Interessante notare che la stessa tecnica di utilizzo del vapore, o più propriamente del calore prodotto da una fiamma, viene ancora oggi utilizzata per piegare le assi di legno nella costruzione della gondola Veneziana.
Il nome deriverebbe dall’Arabo عُود‎ (al-ʿūd, “legno”), ed infatti fu introdotto in Europa dagli Arabi stessi durante il medioevo, quando estesero il loro dominio sulla Sicilia e la Spagna. Da cui, oltre al vocabolo liuto, derivano luth in Francese, laúd in Spagnolo, laute in Tedesco e лютня (liutnja) in Russo.
Divenne uno degli strumenti simbolo del Rinascimento, creando la colonna sonora per tutte le corti Europee.
La cassa armonica è arrotondata, in origine era composta da un unico pezzo di legno, in seguito da sottili assi curvate mediante il vapore, a dare la caratteristica forma allo strumento. La paletta era piegata all’indietro rispetto al manico, spesso ad angolo retto. Il rosone era molto ornato, anche se in alcuni modelli la buca non presentava alcuna copertura. La parte anteriore della tavola armonica era solitamente costruita da un unico pezzo di legno di pino, ed era molto sottile, circa 2mm, fatto straordinario per l’epoca. Non sorprenderà quindi che non ci sono pervenuti liuti precedenti il 1500, vista la fragilità di questo strumento. Si comincia a vedere l’uso di catene e rinforzi interni, che rafforzano lo strumento e ne migliorano la qualità del suono. Queste strutture di fatto dividono la cassa armonica in zone separate e più piccole. Ciò aumenta la frequenza della risonanza permettendo di esprimere maggiormente le frequenze armoniche delle note suonate. Questa caratteristica è ancora presente nella chitarra classica ed acustica. Quindi il liuto si rafforzò, il suono divenne più dolce e più potente, permettendo allo strumento di accompagnare altri strumenti senza esserne sopraffatto.
Il liuto veniva originariamente suonato con un plettro, anche se gradualmente i musicisti preferirono usare le dita, il che conferiva una maggiore fluidità all’esecuzione. Il liuto raggiunse l’apice nel Rinascimento, in particolare in Francia e Germania, dove la sua popolarità continuò fino al XVIII secolo. In Italia e Spagna, d’altra parte, la chitarra ebbe gradualmente il sopravvento.


Probabilmente una delle più famose raffigurazioni del liuto, in un dipinto di Caravaggio della fine del 1500.
Il ragazzo sembra accompagnare la musica con un madrigale. Lo strumento ha sei corde doppie e si nota l’assenza del plettro.

Man mano che la tecnica progrediva, la popolarità del liuto venne sorpassata, nella Spagna del XV secolo, dalla vihuela. Le notizie più antiche di questo strumento risalgono al XIII secolo, ma già nel XV secolo le sue caratteristiche sono quelle di una vera e propria proto-chitarra. Intanto era più grande del liuto, ma con un corpo non così profondo come la chitarra moderna. Le curve dei “fianchi” sono appena accennate, la paletta ha un angolo di gran lunga minore di qualla del liuto. La tastiera aveva 10 tasti, che potevano essere spostati in base alle esigenze della tonitalità voluta.

La vilhula raggiunse l’apice della popolarità a metà del XVI secolo, ma alla fine del secolo venne completamente sostituita dalla chitarra. Tuttavia, non tutti furono felici di ciò, come dimostrano le affermazioni di un certo Sebastian Orosco, che, scrivendo alla fine del XVI secolo, disse: “…da quando fu inventata la chitarra, sono pochi coloro che studiano la vihuela. È una grande perdita perché…la chitarra non è altro che un campanaccio da mucche, facilissima da suonare, specialmente se plettrata (invece dell’uso del finger-picking, n.d.r), tanto che non ci sia un garzone di bottega che non la sappia suonare.” Queste parole potrebbero richiamare alla mente le capacità tecniche del punk negli anni ’70.
È ovvio che le prime chitarre erano fortemente influenzate nella forma dal liuto e dalla vihuela, sebbene si tratti di uno strumento del tutto nuovo. Era conosciuto come chitarra a quattro coppie, cioè con quattro coppie di corde. Era curva sui fianchi, le parti posteriori laterali erano piatte, ed era dotata di un manico a tasti. La primissima menzione a noi rimasta risale al 1487, dove un tal Johannes Tinctoris afferma che fu inventata dai Catalani, cioè Spagnoli del nord est. La differenza più evidente è nella taglia, più piccola della chitarra moderna. Inoltre aveva un rosone a chiudere il foro della cassa armonica; il numero dei tasti variava secondo le esigenze, dato che i tasti potevano essere legati e spostati intorno al manico.
A partire dal 1600 inoltre, le chitarre erano decorate oltre ogni misura, fino ad arrivare ad utilizzare addirittura la corazza di tartaruga ed avorio. Francia, Germania ed Italia erano all’avanguardia nella produzione di chitarre, anche se le chitarre create da Antonio Stradivari erano note per la loro più sobria eleganza.


Famiglia Voboam , Germania, fine XVII secolo.


Chitarra Stradivari, Italia, 1688

In questo momento storico, vale a dire alla fine del ‘600 inizio ‘700, le tecniche che riconosceremmo come moderne erano già in voga. Fino a quel momento, la chitarra veniva suonata con tecniche usate per il liuto e la vihuela, ad esempio appoggiare il dito mignolo sul ponte o sulla cassa armonica, mentre le corde venivano pizzicate con il pollice, l’indice e il medio. Siccome la chitarra era più grande, adesso il braccio posava sul corpo della chitarra e la mano destra era libera di “fluttuare” sopra le corde. In tal modo, aumentava il potenziale per cui se si pizzicavano le corde vicino al ponte, si otteneva un suono più squillante e metallico, mentre più vicino al foro, si otteneva un suono più morbido e caldo. Tuttavia, la chitarra veniva ancora suonata in modo plettrato, cioè pizzicando più corde contemporaneamente a formare accordi, per cui non era ancora considerata uno strumento solista. Ciò non limitava la sua popolarità, e anzi ne spiega il grande successo nelle corti Europee, giacché poteva essere suonata a buoni livelli anche da monarchi con poco tempo a disposizione per fare pratica in quanto impegnati in affari di stato.
Tra i primi chitarristi ad ottenere un riconoscimento internazionale ricordiamo Francesco Corbetta, vissuto nel 1600, il quale fu maestro di chitarra di Luigi XIV di Francia. Pubblicò anche un libro, La Guitare Royale, del 1674, con brani facili adatti ai potenti monarchi ma privi di talento e tempo da dedicare allo strumento. Diversi libri di insegnamento della chitarra vennero pubblicati nel 1600 in Francia ed Inghilterra. Man mano che si avvicinava il XIX secolo, l’ascesa di questo meraviglioso strumento era ormai inarrestabile.
È a quell’epoca che risale la forma che conosciamo, con sei corde e un foro aperto, e l’uso alternato delle dita e del plettro. La difusione della chitarra in Italia avvenne grazie a compagnie di attori itineranti, e in Francia, come abbiamo visto, a partire dalla corte di Luigi XIV. È alla fine del ‘700 che le corde doppie vengono sostituite da corde singole, e una corda del registro basso viene aggiunta. Nel ‘700 e nell’800 inoltre musicisti del calibro di Luigi Boccherini e Niccolò Paganini scrissero composizioni per chitarra solista, e, dopo un periodo di relativa oscurità nel corso del XIX secolo, la chitarra fu rilanciata da Andres Segovia nel XX secolo.


Nella Francia del XVIII secolo, la chitarra divenne uno degli strumenti più in voga anche tra le donne.
Jean-Marc Nattier, Ritratto di Mademoiselle de Beaujolais, 1731.
Notare in questo caso le cinque corde doppie, le decorazioni in guscio di tartaruga e la paletta con intarsi in avorio ed ebano.

Il dipinto di Éduard Manet, del 1860, mostra Il Cantante Spagnolo, circa un secolo prima del mancino di Seattle. Da notare una interessante curiosità: Manet si accorse, probabilmente in corso d’opera, di aver dipinto un mancino che suonava una chitarra per destri…

Jeff Beck è probabilmente il chitarrista sconosciuto più famoso al mondo o, se preferite, il chitarrista meno conosciuto più famoso al mondo. Insomma, è un ossimoro.

Una contraddizione in termini. Un contrasto intrinseco. Eppure, la realtà è essa stessa fatta di contrasti. Essa si alimenta di tali contraddizioni e ne fa una sintesi. Pensiamo alla notte e al giorno, al caldo e al freddo, al solido e al liquido. E tuttavia, anche se molto di quello che vediamo e percepiamo ci sembra lineare, scorrevole, facilmente identificabile, ad un’analisi più attenta, dietro le apparenze sensibili (ah, il famoso Velo di Maya!) convivono contrasti e antinomie. Siamo sempre lì: il vezzo dell’essere umano di dover identificare ed etichettare tutto con l’obiettivo di rendere la realtà facilmente riconoscibile ed inquadrabile in comode categorie pre-costituite. E così, tutto ciò che può rapidamente essere ricondotto all’interno di schemi diventa familiare e, dunque, facilmente assimilabile.

Piace immediatamente ciò che possiamo riconoscere, perché non comporta fatica e non mette in discussione le nostre certezze. Poi, però, ci sono dei fenomeni in natura, neanche troppo rari, difficilmente inquadrabili nelle categorie tradizionali con cui schematizziamo la realtà e che ci chiedono qualche sforzo in più per poterli decifrare. Oggetti o personaggi che a primo impatto ci lasciano spiazzati e spaesati. A questo punto, si hanno due tipi di reazioni: c’è chi si ritira nelle proprie certezze, senza cambiare mai. Oppure ci sono coloro che davanti a questo senso di ‘non-familiarità’ ne rimangono affascinati, irresistibilmente attratti e decidono di approfondire, di scoprire, certi della sensazione che ne usciranno completamente conquistati e modificati.

Questo è l’effetto che può fare l’approccio di Jeff Beck alla musica e alla chitarra ad un primo incontro. Ed è quello che spesso ho potuto riscontrare nelle risposte dell’ascoltatore medio di musica rock o del chitarrista rock tradizionale. Cito, ad esempio ”Sì, Jeff Beck l’ho sentito nominare spesso ma non ho mai ascoltato nulla” oppure, “Sì, ricordo una volta in cui un mio amico mi ha fatto ascoltare un brano, non ricordo quale, però, non sono riuscito ad identificare bene il suo stile….sai, l’ho trovato strano…..”. Forse alcuni di voi rimarranno sorpresi nel leggere questo tipo di risposte. Ebbene, accade più spesso di quanto si possa immaginare, soprattutto al livello di cultura musicale di massa, compresa quella di noi chitarristi.

In particolare, quanto sin qui detto acquista un senso se ti chiami Jeff Beck e sei un chitarrista dalle doti geniali e, tuttavia, non hai mai prodotto una hit rock vera e propria (a parte un singolo dal sapore beat, ‘Hi Ho Silver Lining’, pubblicato nella seconda metà degli anni ’60, famoso solo in patria e per una stagione ma senza essere mai diventato l’inno di una generazione o di un genere o di un’epoca) come gli altri tuoi illustri colleghi (si pensi a Stairway To Heaven dei Led Zeppelin, a Smoke On The Water dei Deep Purple o a Sunshine of Your Love dei Cream, e ad altre rock hits). Non hai mai scritto un riff di chitarra entrato di prepotenza nella storia del rock né hai mai inciso un solo di chitarra per un brano che avrebbe scalato le classifiche mondiali, anche se poi un po’ tutti i chitarristi si sono ispirati a te o hanno riciclato le tue intuizioni (Mr Page, ci sei?).

E poi, hai un carattere imprevedibile, irascibile, impulsivo, ribelle, incurante delle mode ma, al contrario, molto interessato ad esplorare le possibilità che questo oggetto dotato di sei corde può offrire una volta collegato ad un amplificatore. Insomma, sei motivato e spinto più dalle emozioni e dalla voglia di metterti musicalmente in gioco che dalle convenienze, dalle mode e dalla ben economicamente remunerativa prevedibilità musicale, che a tanti permette tutt’oggi di poter campare lautamente riproducendo la solita (bella) solfa da 40 anni. Non ami ripeterti musicalmente né campare di rendita. Sei mosso dal desiderio di crescere e di non piegarti ai dettami musicali e chitarristici dominanti. Sei per natura un bastian contrario e sei allergico a ogni forma di omologazione e di etichetta. Non ti piace assecondare troppo il pubblico. La tua specialità è rompere le regole, spiazzare l’ascoltatore, sorprenderlo per poi trasportarlo su coordinate sonore inedite, avventurose, capaci di cambiare la sua, e la tua ovviamente, percezione della chitarra. La tua natura è mutevole, incontentabile, curiosa e tormentata. Hai bisogno di esplorare nuovi spazi musicali, mutar pelle rimanendo al fondo sempre te stesso, immergerti in sonorità esotiche, nel senso etimologico del termine (qualcosa che proviene da fuori, straniero, non familiare) e fonderle con la tradizione della musica occidentale.

Nella tua visione artistica, la chitarra deve sfidare i suoi stessi limiti fino a tramutarsi in quella bacchetta magica che, nelle tue mani, riesce a creare suoni che sembrano provenire da un Altrove. Tu sei Jeff, e non puoi limitarti a suonare lo strumento in maniera convenzionale, devi andare Oltre: ogni nota deve recare in sé un significato che rimanda ad una Dimensione profonda, inaccessibile, e tu sei il Demiurgo che infonde vita a questo mondo di suoni e ne dirigi la direzione.

Ovviamente, per dare vita a tutto ciò non hai bisogno di chissà quali effetti o diavolerie digitali di ultima moda né di amplificatori ultra-prestanti e superdotati. No, no. Ti bastano una chitarra, preferibilmente una Fender Stratocaster, e un ampli valvolare ‘a palla’, come si suol dire, e la Magia è fatta. Sono le tue mani, soprattutto le dita della mano destra, infatti, il medium con cui ‘tiri fuori’ dal corpo della chitarra quei suoni e quelle emozioni. Proprio come fa un mago con il famoso cilindro. O, per rimanere con i piedi per terra, come fa un artigiano che con lo scalpello tira fuori l’anima dal marmo e la trasforma in una statua che sfiderà l’eternità.

Ecco chi è Jeff Beck, uno dei più grandi innovatori della chitarra elettrica, unanimemente acclamato e riconosciuto come uno dei più influenti chitarristi rock di sempre. Un musicista dalle doti geniali, capace di mutar pelle sonora più spesso di un serpente e di cambiare idea più velocemente del vento. Un ossimoro che tuttavia conserva un’identità; un’essenza mutevole e non etichettabile ma che tuttavia persiste nel proprio essere.

Eccolo Geoffrey Arnold “Jeff” Beck (Wallington, Inghilterra, 24 Giugno 1944), innamorato sin dall’infanzia delle macchine d’epoca (è anche un ottimo restauratore di hot rod) e del rock’n’roll di Gene Vincent & His Blue Caps e del loro chitarrista, Cliff Gallupp. Ne diventa ossessionato al punto da costruirsi una rudimentale chitarra con la quale emulare il suo idolo.

È da lui che apprende i primi fraseggi rock’n’roll, che più tardi rielaborerà nel proprio bagaglio personale di licks. E poi il blues, i tre King, BB, Albert, Freddie, e Robert Johnson e la sua musica del diavolo. I pomeriggi trascorsi con l’amico di quartiere Jimmy Page a tirare giù a orecchio riff, accordi e soli di chitarra dei loro idoli per poi vedere che effetto fa suonarli insieme a due chitarre nel salotto di casa mentre mamma Beck prepara il tè. Già, l’amico Page, quello con il quale condividerà la prima vera importante avventura musicale, gli Yardbirds, e la cui amicizia sarà attraversata da momenti di tensione e di delusione, per poi riconciliarsi definitivamente nel 2009 quando Mr Page pronuncerà solennemente davanti a tanti invitati il discorso di ammissione del suo amico Beck nella Rock’n’Roll Hall of Fame.