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Jeff Beck: La Storia (2/4)

La storia di Jeff Beck a cura di Bruno Cavicchini
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Il nome di Beck salta fuori (quasi) sempre ogni qualvolta si parla anche di un altro grande della chitarra: Eric Clapton, anche lui ex-Yardbirds. Anzi, è proprio dalla sua dipartita dalla band in questione che inizia la vera e propria carriera professionale di Beck nel mondo della musica. Siamo nel 1965, la Swinging London impazza, i 45 giri pop scalano le classifiche, i Beatles e i Rolling Stones sono delle celebrità intoccabili e gli Yardbirds, smessi i panni dei ragazzi che suonano R&B, cominciano ad assaporare il successo pop con il singolo ‘For Your Love’. Tuttavia, il loro chitarrista, irrequieto ma il cui nome è già sulla bocca di tutti a Londra, e non solo, medita di lasciare la band. Eric Clapton decide di mollare il gruppo, attratto più dalle sirene del rock-blues alla corte di John Mayall che dal pop psichedelico della sua band di provenienza. Fuori Eric, dentro Jeff. Ma Jeff non vuole, e non può, essere Eric. E così impone il suo stile alla band, caratterizzato da una maggiore aggressività e da una voglia compulsiva di cambiare gli schemi.

È proprio durante il periodo trascorso negli Yardbirds, infatti, che Jeff Beck comincia a sperimentare un approccio allo strumento che, attraverso lo sfruttamento massiccio dei limiti della (scarsa) tecnologia dell’epoca, gli permette di ottenere nuove sonorità che sfidano gli schemi convenzionali musicali delle pop band dell’epoca. Fuzz, feedback, accordature alternative, entrano, così, a far parte dell’arsenale da guerra di Beck. Il tutto condito dalla giusta dose di aggressività in sede live che si traduce in maltrattamenti di amplificatori e chitarre. Tra l’altro, la rabbia e la furia distruttiva sono due aspetti che sembrano accomunare alcuni chitarristi inglesi dell’epoca. Si pensi a Pete Townshend degli Who e alle Rickenbecker conficcate impietosamente nei cabinet Marshall o violentemente fracassate sul palco. Tuttavia, se Townshend si abbandona a devastazioni di palchi e strumentazione per dare libero sfogo ai propri malesseri esistenziali, anticipando di un decennio l’atteggiamento nichilista del Punk, quella di Jeff Beck negli Yardbirds, invece, è un’aggressività che ha come fine, soprattutto, quello di generare nuove alternative sonore attraverso l’uso, e l’abuso dovremmo aggiungere, della strumentazione. Tutte sperimentazioni di cui, nel frattempo, ‘uno ancora sconosciuto’, ma che di lì a breve avrebbe cambiato il corso della chitarra per sempre, prendeva nota nella sua gavetta in America.

Terminata l’esperienza negli Yardbirds, e con l’affermarsi di band seminali come i Cream e la Jimi Hendrix Experience, anche Beck decide che è ora di perseguire la sua visione musicale e di affermarsi come chitarrista solista al pari dei suoi colleghi. Nasce il Jeff Beck Group, una formazione di cui è leader e nella quale percorre le strade del rock insieme a musicisti del calibro di Ron Wood, al basso e futuro membro dei Rolling Stones, e Rod Stewart alla voce. I primi due dischi della band, TRUTH (1968) e BECK-OLA (1969) vengono, a ragione, considerati dalla critica musicale come i due dischi che hanno gettato le fondamenta dell’heavy metal. Si tratta di due lavori che, partendo dal blues e dalla psichedelia, definiscono le coordinate di quello che sarò poi l’hard rock: suoni distorti, soli di chitarra lancinanti, riff taglienti e percussivi, un cantato graffiato e urlato e un drumming più impetuoso. Il tutto, però, miscelato a stile e a gusto. Una precisazione: lo stile dei due dischi in questione di sicuro non sarebbe considerato hard per i livelli di oggi. Ma non dimentichiamo che nel 1968 suonare una Les Paul collegata ad una testata Marshall Super Lead da 100w crunchata e spinta da un fuzz o un treble-booster significava essere metal in confronto ai suoni puliti delle chitarre dei Beatles e degli Stones.

Ora, senza scadere in sterili quanto inutili e lunghe diatribe per stabilire la paternità di un genere, è, altresì, doveroso ricordare che già i Cream di Clapton, Bruce e Baker avevano conferito al blues un sound più distorto prima del Jeff Beck Group. E di sicuro Beck ne aveva, volente o nolente, preso nota. Tuttavia, quello che mancava ai Cream per poterli definire hard rock e che invece possedeva il Jeff Beck Group era lo stile più aggressivo e impetuoso della musica. Più precisamente, il suono distorto dei Cream era conseguenza più dei volumi enormi sprigionati dai nuovi ampli prodotti da Jim Marshall che il cosciente e perseguito obiettivo di diventare hard rock. Non è un caso che molte band hard rock formatesi successivamente, pensiamo agli Aerosmith, citino i primi due dischi del Jeff Beck Group come fonte di ispirazione.

Dissapori interni alla band e disorganizzazione generale, però, portano all’abbandono del gruppo da parte di Stewart e di Wood, i quali formeranno, poi, i The Faces.

Beck va avanti e dà vita ad una nuova formazione, della quale fa parte un nome importante della storia del rock, Cozy Powell, batterista che, nel corso della sua carriera, collaborerà con nomi importanti (Rainbow, Black Sabbath, Malmsteen, Brian May, Whitesnake). Pubblica due album: ROUGH & READY (1971) e THE JEFF BECK ALBUM (1972). Lontane sono le sonorità hard rock dei primi due dischi. Il ‘nuovo’ sound della band questa volta ha lo sguardo volto in direzione dell’America, in particolare al funk e alla Motown. I suoni si fanno meno distorti, il cantante, Bob Tench, dona ai brani un sapore soul e il piano del leggendario Nicky Hopkins accompagna i brani. Non mancano momenti molto interessanti, in particolare alcuni brani in cui Beck disegna trame sonore spettacolari attraverso l’uso magistrale dello slide sulla chitarra.

Anche questa parentesi, però è destinata a chiudersi. Una mancanza di direzione, disorganizzazione interna, contrasti con il management e disillusione portano Beck a sciogliere la band e a riconsiderare la possibilità, un tempo accarezzata ma per forza di cose accantonata, di formare una band con due esponenti provenienti niente di meno che dai Vanilla Fudge, una band americana vagamente progressive molto famosa alla fine degli anni ’60 e che Beck teneva in enorme considerazione.

E così nel 1973 nascono i Beck, Bogert & Appice. Carmine Appice, batteria e voce, e Tim Bogert, basso e voce, sono due musicisti molto preparati tecnicamente e dotati di uno stile molto potente. Tutto ciò si concretizza nel primo, e unico, lavoro in studio del trio, l’album omonimo BECK, BOGERT & APPICE (1973). Il disco si compone di 9 tracce il cui comun denominatore sembra essere il ritorno ad un rock ad alto volume, dominato dalla distorsione e da brani immediati. La produzione del disco, però, non riesce ad essere all’altezza del sound hard ricercato dalla band, rivelandosi piatta, sterile e debole. Ci penserà, tuttavia, il successivo album dal vivo registrato durante il tour giapponese a rendere giustizia della potenza di fuoco di questo trio. BECK, BOGERT & APPICE LIVE IN JAPAN (1974) ci restituisce una band potente, compatta e impetuosa. Un muro di suono travolgente, in cui ogni musicista spicca per la sua bravura.
La chitarra di Beck, che per l’occasione sfodera la Gibson Les Paul Oxblood, spinge imperterrita, muovendosi su territori hard rock con assoli ispirati, passionali, distorti, da far impallidire altri gruppi heavy rock del tempo. Tuttavia, anche questa formazione dura lo spazio di un disco in studio e uno dal vivo per poi smembrarsi tra dissapori e contrasti interni molto forti. Lo stesso Beck, ad oggi, non serba ottimi ricordi di questa esperienza.

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